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articolo: del
28/10/2003 Vita sul Delta (Romania) |














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VITA SUL DELTA
Storie di un’esistenza sulla foce del Danubio: Daşa, Sandu ed il loro destino.
Dopo un lungo percorso attraverso l’Europa, il Danubio si getta nelle acque del Mar Nero, nella Dobrogea, a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina; qui si divide in tre rami: Chilia, Sfântu Gheorghe e Sulina. L’immensa area del delta è una delle riserve naturali più importanti d’Europa - un santuario per oltre 300 specie di uccelli e 160 di pesci, protetto dall’Autorità per la Riserva della Biosfera e dell’UNESCO - ed ogni anno è meta di moltissimi appassionati che nei periodi di migrazione si ritrovano per il bird-watching. Uno dei paesaggi più spettacolari ed affascinanti della Romania, con un’energia magica, impalpabile, ma al contempo dura, come può essere la vita qui. Le storie di Daşa e Sandu sono una piccolo frammento della vera essenza del delta.
DAŞA
"Bun e vinul şi gustos, cînd îl bei cu un om frumos. Cînd îl bei cu un om urît, se opreşte vinul in gît!" (Il vino è gustoso e buono se lo bevi con un bell’uomo. Se lo bevi con un uomo brutto, ti va di traverso tutto!), dice Daria Saraeva (Daşa) sorseggiando da un bicchiere traboccante il rosso nettare spremuto con le sue grandi mani da ogni singolo chicco d’uva della sua pergola. Gli occhi azzurri brillano fieri, dando luce alle sue origini russe, figlia dell’emigrazione lipovana, discendente lontana della setta degli Antichi Credenti, che fuggirono dalle persecuzioni della Russia di Pietro il Grande per rifugiarsi in Dobrogea e sul delta. Il volto rugoso ed espressivo si apre in un largo sorriso ironico, quando con voce sonante racconta: "Dovevate vedere la mia faccia quando Grigorĭ mi ha portato qui per la prima volta. Era il 1971, la fine dell’estate, quando mio marito mi mostrò Sulina. Un tizio, un tale Sanpieri, un italiano credo, lo aveva contattato. Aveva acquistato metà di una grande casa e cercava un acquirente per la parte restante. Si trattava del vecchio palazzo un tempo ospitante il consolato francese. Sapete, Sulina non è sempre stata così. A metà dell’Ottocento, era un porto importante, il più importante porto commerciale nel delta. Nel 1856 vi si era stabilita la Commissione del Danubio e nel 1870 Sulina fu dichiarata porto-franco, crocevia della navigazione di mezzo mondo, ed il commercio era in pieno sviluppo. Lo avete visto, no? Nel cimitero, quello piccolo, sulla via per il mare, quanti nomi stranieri. Erano soprattutto Greci, ma anche Inglesi, Francesi, Turchi, Tedeschi, persino Italiani, venuti in cerca di fortuna, spesso morti in seguito ai naufragi delle proprie imbarcazioni. Sì, Sulina era ricca, fiorente, con edifici eleganti e battelli lungo i moli del porto.
Ma nel ’71 no. Ormai era una città insignificante, ombra di sé stessa, avvilita. La Commissione aveva lasciato il delta dopo la Seconda Guerra Mondiale e da allora la delusione per la perduta gloria ne aveva rubato la gioia. Spaesati gli abitanti avevano lasciato scivolare via l’entusiasmo che li aveva visti crescere, sacrificati agli interessi internazionali e confinati alla dura vita del fiume, senza speranza di cambiamento. Un pigro lassismo ne aveva rapito le menti, e tutta la passata e solenne eleganza era stata lasciata all’erosione del tempo, butterandone il volto, come punizione per il tradimento subito. Sanpieri con pochi soldi aveva potuto comprare mezzo edificio consolare ed a Grigorĭ non sembrava vero di poter avere l’altra metà. "Ho trovato un bel posto", mi disse, "c’è tanto spazio, tanta terra".
Mi portò a Sulina un mattino assolato; l’estate proiettava stanca gli ultimi raggi delle sue giornate. Mi portò a Sulina con un’espressione felice, quasi infantile. Eppure, arrivati lì, non sono riuscita a trattenermi: "Grigorĭ! Sei impazzito? Ma, dove diavolo mi hai portato?". Una grossa costruzione dall’aria spettrale affondava i suoi piedi in una distesa polverosa. La terra che per mio marito era così bella non era altro che sabbia portata dal Danubio. Vedevo davanti a me solo anni di fatica e stenti, mentre a Tulcea, dove vivevamo, avevamo tutto. Ma lui insiteva: "Io pescherò e tu coltiverai il nostro orto. Vedrai, saremo felici!". Il primo inverno fu duro, durissimo. Il freddo feroce invadeva le alte stanze consolari. Era impossibile riscaldarle. Il vento ululava impetuoso, il buio e l’isolamento mi resero triste. Ma mio marito, che era un uomo buono, disse: "Daşuţa, questa primavera costruirò una casetta di legno più piccola, più accogliente e calda, per te e la nostra piccola Olga, in cui vivere d’inverno, Quando il gelo calerà da Nord-Est, dalla Russia, lì troverai protezione. E ti comprerò un vacca e delle galline, che concimeranno la terra, ed il nostro orto diventerà bellissimo. Vedrai saremo felici!".
E così fece, il buon Grigorĭ. Passò l’estate, passò l’inverno, passarono gli anni. Il giardino rigoglioso donava i suoi frutti, Olga cresceva serena ed ogni sera lui mi diceva: "Ma perchè siamo rimasti a Tulcea così a lungo? Qui è così bello!". Sono passati anni ed ancora quelle parole riecheggiano nelle mie orecchie, anche oggi che il mio Grigorĭ non c’è più. È stato un brav’uomo, ha lavorato tanto ed ha mantenuto la sua promessa. Qui siamo stati felici!".
Scoppia in una risata fragorosa e versa un bicchierino di ţuica (30° di distillato di prugne con cui si apre ogni pasto). Dal fornello il BORSH di pesce fumante spande un profumo intenso, mentre la mămăligă (polenta) si gonfia nella pentola, sulla tavola la salsa d’aglio (mujdei) appena pestata nel mortaio. Sedute all’ombra del pergolato, da cui pendono polposi grappoli di profondo blu, circondate dai colori vivaci del giardino, le generazioni sono ora a confronto. Daşa versa la zuppa nel piatto e sussurra tranquilla: "Olga, dov’è Aji?". Aji ha sedici anni, studia l’inglese, ascolta i Sepultura, vorrebbe un giorno avere un computer tutto suo e vedere il mondo. Ma una cosa è certa: per il momento vivono a Sulina, nel delta. E sono felici.
SANDU
La nebbia sale lenta lungo le sponde del fiume, mentre i timidi bagliori di una livida alba ne illuminano la superficie. In lontananza, dove il fiume incontra il mare, pellicani oziano svogliati su un banco di sabbia, scrutando l’irrequieto affaccendarsi dei gabbiani. Alexandru osserva il volo di una cicogna e pensa: "È quasi finita. Stanno arrivando...".
Lo aveva sempre immalinconito quel periodo dell’anno. I giorni si accorciano, l’estate inizia a calare le palpebre scivolando nel torpore autunnale. Arrivano. Gli uccelli migratori si danno appuntamento qui ogni anno in settembre, un’ultima tappa, un ultimo saluto, rifocillarsi e poi via, lontano, a sud, inseguendo il caldo. “In Africa, forse”, pensa sognando. Seguirli, andare con loro, vedere l’Africa, lasciare il delta. Nei primi giorni d’autunno, quando inizierà a far buio e freddo, andranno via tutti. "Ed io sarò ancora più solo". Sandu, così lo chiamano tutti, prende la barca ed inizia a remare con forza. La giornata di pesca deve essere buona, servono soldi. I guadagni della vendita dei giunchi da ardere nelle stufe, tagliati lungo il fiume, non saranno sufficiente per l’inverno. La misera catapecchia in cui vive, era un tempo una bella casa. Ci aveva sempre vissuto con la famiglia, ma l’incuria degli ultimi anni, l’avevano ridotta ad un rudere. Colpa della sua depressione, e di una mente offuscata dall’alcol quale unica compagna .
Eppure non è sempre stato così. Era un elettricista affermato, viveva a Tulcea, guadagnava bene, era felice. Ma alla morte del padre Elevterio, la mamma Melania gli aveva detto: "Devi tornare a Sulina, qualcuno si deve occupare di me e della casa". Sandu non avrebbe voluto, ma sapeva di non potersi tirare indietro. Fratelli e sorelle erano sposati, avevano messo su famiglia, vivevano altrove e non avrebbero rinunciato alle proprie vite. Nessun altro sarebbe andato ad accudire la vecchia madre. Triste il ritorno a Sulina, con in bocca il sapore amaro della sconfitta, tornare a casa senza una donna, lasciare la città per tornare a fare il pescatore sul delta. Ma l’amore per l’anziana genitrice aveva vinto. Per molti anni l’aveva accudita, volenteroso, lui sì, rinunciando a se stesso. I lunghi inverni lo avevano però incupito: troppo difficile convivere con la frustrazione, troppo duro restare sobri assistendo allo sgretolarsi delle proprie illusioni, quando i sogni svaniscono inesorabili, come una pozzanghera in cui si specchia il sole dopo il temporale, e lentamente, lentamente, evapora. Sì, la vodka fedele compagna, annebbia i pensieri, ti porta lontano, via da dove non vorresti essere, alleviando il dolore per la morte dei tuoi desideri. L’anziana mamma malata d’Alzheimer ed in preda alla demenza, con i suoi deliri aveva inconsapevolmente acuito la sua solitudine, catapultandolo in un vicolo cieco.
Lo scorrere del tempo, il sale del mare, il vento, il sole, l’alcol, hanno marcato il suo volto, scolpendo indelebile l’infelicità con una piega amara nella bocca. A quarantacinque anni Sandu sembra averne venti in più. Gli anni sono passati, la mamma è morta da tempo, ma Sandu non è più in grado di separarsi dalla fedele amica che gli è stata vicina nei momenti di solitudine, come una donna da cui non riesci a separarti, sebbene non la ami più, o che forse non hai mai amato, ma alla quale le circostanze della vita ti hanno convinto a restare legato. Nessuno bussa più alla porta di Sandu; in paese lo scherniscono, lo deridono, lo sfuggono. I fratelli lo ignorano, così come gli altri familiari; ogni contatto è stato bruscamente interrotto dall’invasiva ed invadente presenza della vodka. "Chi avvertiranno quando sarò morto? A chi mancherò?" si chiede addolorato. "Nessuno...". Ma ha ancora un granello di dignità. Barcollando verso casa borbotta: "Vado a dormire. Domani devo alzarmi presto, devo andare a pescare". La nebbia sale lenta, lungo le sponde del grande fiume, mentre una livida alba illumina il volto di Sandu, che rema incontro ad un nuovo inverno. Non tutti vivono felici nel delta.
Ho realmente incontrato e conosciuto le persone di cui ho scritto, le loro storie sono assolutamente reali. Spero di essere riuscita a dare un’idea di cosa significhi vivere in questa parte di mondo. Per chi fosse interessato ad approfondire la propria conoscenza di Sulina, c’è un bellissimo romanzo di uno scrittore rumeno, noto sotto lo pseudonimo di Jean Bart (vero nome: Eugeniu Botez). Il titolo è "Europolis" e racconta dei tempi in cui Sulina era porto-franco e nelle taverne si ascoltava musica greca. Forse, non sarà semplice da trovare, ma ne vale senz’altro la pena.
(Pubblicato per Storie da altri mondi su
IL GOLFO, 28/10/2003)
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