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articolo: del 03/08/2004 Vacanze sul Nilo (Egitto)















































Premessa: non ho visitato l’Egitto personalmente. L’articolo sottostante, pubblicato sul quotidiano IL GOLFO, è frutto di un’intervista.


VACANZE SUL NILO

Intervista a Silvana Cortese: la sua crociera sul grande fiume africano alla scoperta dei tesori archeologici dell’antico Egitto e del fascino della terra nubiana.

"Sono bastati sette giorni perché mi venisse il mal d’Africa" dice l’avvocato Silvana Cortese, iniziando il suo racconto. Quest’anno per le vacanze ha voluto esaudire un suo desiderio: visitare le meraviglie archeologiche dell’Egitto risalendo il Nilo fino ai confini con il Sudan. Una settimana di navigazione da Luxor alla prima cataratta del fiume nella regione della Nubia, con tappa a Karnak, Edfu, Kom Ombo, Abu Simbel, la Valle dei Re ed Assuan, alla scoperta del Sud del Paese. Un viaggio organizzato nei dettagli da un tour-operator per la oggettiva pericolosità dei luoghi visitati: dopo il drammatico attentato avvenuto qualche anno fa ai danni di un gruppo di turisti tedeschi, gli operatori sono estremamente cauti e mettono in guardia gli ospiti stranieri dal tenere comportamenti troppo fuori dalle righe o imprudenti. Viene consigliato, generalmente, di non allontanarsi dai gruppi ed avventurarsi da soli al di fuori delle zone turistiche, soprattutto avvicinandosi ai confini col Sudan, area di potenziale instabilità. Allarmismi forse eccessivi, a scapito della spontaneità di movimento ed interazione con le realtà locali, ma che a Silvana non sono pesati: "Il tempo era così poco, da conoscere così tanto, che sono stata contenta che ogni momento fosse cadenzato ed organizzato in modo da poter vedere il più possibile". Appassionata di egittologia, non ha potuto credere ai suoi occhi quando dall’aeroplano ha potuto finalmente scorgere la sua meta: "L’impatto aereo con il Sahara è stato fantastico: chilometri e chilometri di terra arsa dal sole, di argilla spaccata dal vento. Polvere impalpabile gialla ad avvolgere tutto con morbidezza inusitata. E poi il Nilo, innegabilmente prezioso, al cui passaggio tutto cambia: dove era il deserto ecco stagliarsi oasi da mille ed una notte, palmizi e colture che si susseguono in una festa visiva. Guardarne le sponde è come lanciare uno sguardo in un passato neanche troppo lontano: uomini e bambini con abiti senza tempo, donne coperte da spessi veli neri dalla sommità del capo fino ai piedi, asini, muli, cavalli, rudimentali carretti ed insolite feluche che affollano la scena, quasi a dar vita con la loro presenza ad un laborioso affresco murale", mi racconta estasiata.

Nella rigogliosa fascia fertile, larga appena uno o due chilometri, che separa il Nilo dal deserto si coltivano banani, cotone e canna da zucchero: la vita scorre perlopiù lungo le rive, mentre sul fiume migliaia di feluche navigano a vele spiegate. Le tipiche imbarcazioni, nate all’epoca dei faraoni, grazie alle loro caratteristiche vele quadrangolari sfruttano al massimo le leggere brezze per risalire il fiume da nord a sud. Così, come un gabbiano che si libra a mezz’aria cullandosi nelle correnti ascensionali, alle volte si scorgono le feluche quasi ferme, mentre aspettano un alito di vento che le faccia ripartire. Ma la nave con cui Silvana proseguirà il suo viaggio è di tutt’altra foggia: un lussuoso battello in stile retrò, che rievoca volutamente le ambientazioni anni 30 del grande classico di Agatha Christie "Morte sul Nilo" (1937), nel quale un intrepido e sagace Hercule Poirot, indaga sulla misteriosa morte della giovane ereditiera Lynett. Oggi la nave è popolata principalmente da coppie in viaggio di nozze o visitatori più attempati in cerca di una tranquilla vacanza culturale, un pubblico ben diverso dalle moltitudini modaiole in vena di bagordi più frequenti a Sharm-el-Sheik e nelle altre località del Mar Rosso. La full-immersion nelle testimonianze della millenaria civiltà egizia inizia da Luxor, la “lama lucente”, ove dimoravano alti obelischi dalle cuspidi rivestite d’oro, costruiti per intimorire i nemici con il richiamo al bagliore delle spade: ora, a memoria del passato, ne rimane soltanto uno, privo del suo abito scintillante, ma magnificamente ornato di geroglifici. Luxor ed il vicino complesso di Karnak, "la fortezza", sono i principali santuari di Amon Ra, il "misterioso", dio del sole vivente e suprema divinità dell’antico Egitto. Erano, inoltre, le sedi della casta sacerdotale: i sacerdoti non erano solo addetti al culto, ma soprattutto erano i detentori della conoscenza, scrivevano e leggevano, ed erano depositari delle tecniche e delle arti. Anche i faraoni, alla stregua dei sacerdoti, dovevano dar prova d’eccellenza in un’attività pratica: spesso erano agronomi o ingegneri, oltre che validi condottieri, per poter garantire successo in guerra e prosperità in pace, e fungere da elementi di raccordo per la collettività.

Proseguendo verso Sud si giunge ad Edfu, sede del tempio di Horus, - leggendario dio dalla testa di falco, figlio di Iside, dea della natura, ed Osiride, dio del mondo sotterraneo – edificato in epoca tolemaica e caratterizzato da imponenti strutture, istoriate con grande maestria. Riportato alla luce nella seconda metà dell’800, è straordinariamente ben conservato ed offre la possibilità ai visitatori di vivere l’emozione e comprendere a fondo l’architettura templare egizia, procedendo con passaggi graduali dalla luce del sole attraverso spazi sempre più angusti fino all’oscurità totale del cuore del santuario. Gli antichi egizi avevano un forte senso dello scenografico, con approfonditi studi di luce e prospettive a sottolinearne la maestosità. Tuttavia, sepolti da millenni di sabbia del deserto, nei templi è rimasto assai poco dei ricchissimi arredi che in origine li adornavano: drappi ed ori, legni intarsiati e pietre preziose. Il tempio di Kom Ombo, invece, è dedicato a Sobek, il dio coccodrillo ("colui che veglia su di te"). Situato a trenta miglia da Assuan in un punto considerato il più caldo del Nilo, è interamente costruito su di un istmo: in passato, prima della costruzione delle dighe, esso veniva spesso completamente allagato dalle piene. Sebbene questo fosse considerato un segno di benevolenza del fiume, al tempio si attribuiva contemporaneamente anche fama di maledetto. La figura di Sobek ha, in effetti, carattere ambivalente: guardiano delle acque e garante della fertilità donata attraverso le cicliche inondazioni, era ammirato e rispettato, ma anche temuto per la sua ferocia. In antichità, il Nilo era densamente popolato da famelici coccodrilli che non di rado entravano nei villaggi seminando il panico o uccidendo persone e bestiame: il tempio fu costruito allo scopo di placare le ire della divinità e tramite la sua adorazione rabbonire i coccodrilli, suoi animali simbolo. All’interno del tempio si trova un pozzo collegato al fiume con un intricato sistema di canalizzazione: attraverso la fitta rete di condotte riusciva a entrare un unico coccodrillo per volta, il più forte. Attratti da carni sanguinolente, infatti, i coccodrilli avrebbero ingaggiato una dura lotta con gli antagonisti e solo il più forte avrebbe raggiunto il cuore del tempio. Una volta all’interno, l’animale veniva chiuso nel pozzo e nutrito per un anno intero, al termine del quale il sacerdote più importante doveva tentare di ucciderlo a mani nude. Per l’animale esistevano dunque solo due vie: lottare per guadagnarsi un ulteriore anno di vita o conquistare l’eternità attraverso la mummificazione. Le mummie degli animali sacrificati erano poi custodite nel tempio ed idolatrate come divinità: all’interno di Kom Ombo si rinvennero più di 300 coccodrilli mummificati, spesso con rubini o smeraldi al posto degli occhi, e 50 uova in ottimo stato di conservazione risalenti ai tempi in cui il tempio era ancora attivo. Attualmente vi si possono ancora ammirare due esemplari, mentre gli altri sono custoditi al museo del Cairo in una sala appositamente allestita. Fra gli antichi egizi era invece assente il costume dei sacrifici umani: neanche i prigionieri di battaglia venivano immolati, se non per la stretta ragione di guerra, bensì trasformati in schiavi, per il grande e continuo bisogno di manovalanze, impiegate soprattutto nell’edilizia.

La tappa successiva della crociera conduce al complesso di Abu Simbel: questo nome è la trascrizione di Ybsumbl, in antico nubiano "i giganti". Abu Simbel è un sito costruito con intenti autocelebrativi dal molto longevo - visse ben 93 anni - faraone Ramses II. Questa grandiosa opera strutturale, considerata l’ottava meraviglia del mondo, è stata costruita con metodi assolutamente innovativi per l’epoca su progetto dello stesso Ramses, allo scopo di divinizzare la sua figura e quella della moglie sovrana, la regina Nefertari, potentissima e molto rispettata. Frutto della sua opera sono anche i mausolei funerari della Valle dei Re e della Valle delle Regine. L’antica credenza imponeva che il faraone fosse tumulato dopo la mummificazione, perché solo la conservazione del corpo avrebbe reso possibile la rinascita a nuova vita e la ricongiunzione con Ra, il dio sole. Allo stesso tempo vigeva l’usanza di porre nel sepolcro immensi tesori, oro, pietre preziose, ma anche mobili, oggetti di uso quotidiano. Le piramidi, situate nel Nord del Paese nei pressi del Cairo, sono i monumenti funerari più antichi (della fase dell’antico regno, 3000 a.C.) e rappresentavano la scala verso il cielo, vera dimora del faraone, considerato una divinità. La ricorrente profanazione delle piramidi spinse però Ramses II (1500 a.C.) a collocare la nuova necropoli nelle rocce della Valle dei Re, invisibile agli occhi di violatori e predoni. Era, in effetti, anche mutata la concezione di fondo: ai tempi di Ramses il faraone si sentiva già un dio in terra e come tale non aveva più necessità di una scala per raggiungere il cielo. Nella Valle dei Re - in egiziano Biban el-Muluk, ovvero “le porte del re”, per le porte tagliate verticalmente nella roccia - sono state ritrovate cinquantotto tombe, fra le quali quelle di Seti I, Tutankhamon, Ramses II, ma anche di alti dignitari di corte, funzionari e sacerdoti. I siti purtroppo non sono fotografabili, perché estremamente fotosensibili e potenzialmente danneggiabili dai flash.

Un’altra figura di grande interesse fu la regina Hatshepsut, una delle poche donne faraone. Il tempio da lei fatto erigere a poca distanza da Assuan (Deir el-Bahari anticamente chiamato Djeser Djeseru, "il luogo più santo") è ancora oggi citato dai testi di architettura come esempio di grande modernità. Il fantastico scenario in cui è iscritto è parte del suo fascino: una valle ad anfiteatro, brulla, deserta, dominata da una corona di rocce monocromatiche nella quale il santuario si staglia improvviso in un gioco di pieni e di vuoti di grande impatto. Lo stile, in totale contrasto con le mode dell’epoca, e le tecniche costruttive applicate, suscitarono tuttavia un discreto disappunto tra popolazione e sacerdoti, incapaci di apprezzare tali spinte all’innovazione. L’architetto, il giovane Senenmut, fu un personaggio assai controverso: si sospetta fosse l’amante di Hatshepsut, oltre ad essere il tutore dell’unica figlia di lei, Neferura. Non si sa, dunque, se fu per motivi affettivi che gli fu concesso di operare come architetto reale o per riconosciuta bravura. Incerta è anche la vicenda che riguarda la sua sorte: improvvisamente Senenmut sparisce dalle cronache del regno, lasciando spazio a molte speculazioni. Una delle storie narra che fosse stata la stessa Hatshepsut a farlo decapitare con pubblica cerimonia, per aver osato incidere il suo nome all’interno di un cartiglio, privilegio concesso solo ai faraoni. Si trattava di una lastra d’oro di forma ovale sulla quale veniva iscritto il nome del re per la sua divinifcazione: Senenmut attraverso questo atto si era, di fatto, auto-divinificato, pur non avendone alcun titolo. Quando la notizia trapelò fra i dignitari di corte Hatshepsut fu costretta ad agire con grande determinazione e durezza: fece uccidere Senenmut, per non delegittimare il proprio prestigio agli occhi della popolazione e soprattutto per dimostrare di essere faraone prima che donna. In effetti, non furono poche le difficoltà che incontrò per farsi valere, tanto da spingerla in più occasioni ad assumere le connotazioni di un uomo.

Hatshepsut era la figlia di Thutmosis I: sopravissuta ai fratelli "legittimi", se fosse nata maschio sarebbe stata certamente sovrano. Ma, dal momento che la tradizione egizia permetteva solo agli uomini la successione al trono, Hatshepsut andò in sposa giovanissima al fratellastro Thutmosis II, divenendone la consorte principale. Thutmosis II morì prematuramente e Thutmosis III, figlio del re e della concubina Astet, avrebbe dovuto ereditare la corona. Tuttavia, la sua giovane età gli impedì di regnare da solo, così Hatshepsut (che era la sua zia-matrigna) lo affiancò in veste di reggente, successivamente rivendicando la propria discendenza "divina" ed autoproclamandosi faraone. Per farsi accettare dal popolo e soprattutto dai funzionari regali, Hatshepsut cominciò a vestirsi da uomo durante le cerimonie pubbliche; si faceva persino ritrarre con barba e attributi maschili. Ciò ha tratto in inganno gli archeologi per molto tempo. Durante il ventennio governato dalla regina-faraone, l'Egitto godette di pace e prosperità. La politica di Hatshepsut infatti non prevedeva imprese militari, a parte qualche spedizione in Nubia: famosa è la spedizione nella lontana terra di Punt, nel Corno d'Africa. Questa è stata definita la "prima spedizione oceanografica della storia", e la sua importanza va ricercata nei dettagli delle descrizioni di paesaggi, flora, fauna e popolazioni locali. Da Punt furono importati molti prodotti esotici: legni profumati, oro, pelli d'animali, mirra, ambra, cinnamomo e incenso. Non esistono notizie precise sulla sua morte: alcuni storici sostengono che Thutmosis III odiasse la zia-matrigna per aver usurpato il trono al punto tale da farla fare a pezzi e poi darne i resti in pasto ai coccodrilli per impedirle di rinascere a nuova vita. Successivamente avrebbe compiuto un’intensa opera di cancellazione della sua memoria: tutto ciò che raffigurava o ricordava la regina-faraone fu cancellato e sostituito con i nomi dei tre Thutmosis. Altri studiosi, tuttavia, sostengono che non sia stata opera di Thutmosis III, ma di un suo successore che temeva l’usurpazione da parte di un’altra donna di stirpe reale: il fiorente regno di Hatshepsut doveva essere dimenticato non tanto per odio, quanto per conservare la tradizione. Ma a dispetto di chiunque volesse farla finire nell'oblio, Hatshepsut è ancor oggi considerata un personaggio molto moderno, estremamente ambizioso, ma a suo modo unico. Non fu la sola donna che assunse il potere in Egitto e non fu neanche l'unica regina ad essere seppellita nella Valle dei Re, ma il suo regno riuscì a differenziarsi per il suo sviluppo pacifico e volto al benessere del popolo.

Superando la diga di Assuan si giunge all’ultima tappa di questo viaggio: un piccolo villaggio nella Nubia del Nord, a pochi chilometri dal confine con il Sudan. La Nubia, divisa fra Sudan ed Egitto, è stata in passato per buona parte sommersa dalla costruzione della diga e dalla conseguente creazione del Lago Nasser: i Nubiani continuano ancora oggi a ricevere cospicui finanziamenti da parte dei due governi ad indennizzo per aver perso la propria terra d’origine. In quest’area si percepisce in modo molto netto l’africanità: gli abitanti della regione si sentono molto più legati all’Africa di quanto non si sentano gli egiziani – più orientati verso il Maghreb ed il Mediterraneo - ed usi e costumi sono profondamente differenti. Persino l’idioma è diverso: il nubiano è una lingua ancora molto viva, distinta dall’arabo e dalle altre lingue nilote. Nel villaggio visitato da Silvana Cortese le abitazioni hanno i cromatismi ed i tratti tipici della cultura locale: preponderanti sono l’azzurro e l’ocra, modulati in varie tonalità, ed i tetti di foglie di banano intrecciate, che all’occorrenza servono anche da giaciglio sotto le stelle. Case semplici, con la sabbia del deserto a fungere da pavimento, senza porte, aperte a tutti. I Nubiani amano sentirsi liberi, e sebbene molti posseggano una casa in città, la maggior parte preferisce tornare al villaggio e continuare a preservare un giusto bilanciamento fra tradizione e modernità. Dal progresso si prende solo ciò che piace o è utile, mantenendo inalterato lo stile di vita. E’ così possibile trovare un computer portatile, benedetto con rito animista, in una casetta senza porte con il tetto di foglie. Ed è qui che Silvana ha imparato a conoscere l’albero del dom, che nasce da un piccolissimo seme, ma può raggiungere finanche i 20 metri d’altezza e superare i cento anni. Spesso si indossano collane dei suoi profumatissimi fiori, semi e frutti, tinti in vari colori. Per le popolazioni del sud del Nilo esse hanno significato benaugurale e simbolizzano il senso della vita: dal seme al fiore al frutto, tutte le fasi del ciclo naturale. Ma sono anche una metafora del mutamento: difatti, nel tempo il materiale organico di cui si compongono, cambia nei colori, nelle consistenze e nella forma per il processo di essiccamento, sebbene si conservi sempre intatta la sua completezza. Accolta dalla gente del villaggio con grande calore Silvana si è sentita perfettamente a suo agio. "Purtroppo non appena mi ero ambientata era già tempo di ripartire: il battello salpava", dice a malincuore, "Avrei voluto restare e muovermi un po’ da sola in questa splendida terra, ma soprattutto la barriera linguistica me lo ha impedito. Va’ comunque detto che nel Sud dell’Egitto, a differenza delle grandi metropoli come il Cairo ed Alessandria, dove le abitudini non sono troppo lontane da quelle occidentali, le donne hanno ancora qualche difficoltà a muoversi non accompagnate". Molti dei suoi interrogativi sono così lasciati senza risposta, molte curiosità rimaste latenti a galleggiare nei ricordi, sfumate appena nel semplice gesto di una nave che molla gli ormeggi. Un intero giorno di navigazione per ridiscendere il fiume verso Luxor, un ultima passeggiata al mercato delle spezie, fra cesti a dimensione d’uomo di aromi e colori, e poi il ritorno a casa. Con un'unica consapevolezza: "Bisogna che torni a vedere e comprendere tutto ciò che non ho potuto in questa breve crociera!".

(Pubblicato per Storie da altri mondi su
IL GOLFO, 03/08/2004)
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