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articolo: del 07/12/2003 Il misterioso mondo dei Rom (Romania)















IL MISTERIOSO MONDO DEI ROM

L’identità di un popolo senza terra. La diversità ed il pregiudizio.


Travolta. Una folla vociante, gorgogliante come un fiume in piena, mi aveva trascinato. Quel 15 Agosto un incontenibile flusso si era riversato nel monastero di Tismana, prorompendo nel cortile come una cascata di bambini, donne, anziani, famiglie intere. In balia della marea umana che si agitava nel chiostro valacco, annaspavo: nell’aria densa d’afa estiva e cera di candele votive, nell’atmosfera mistica di preghiere levate al cielo per i festeggiamenti del Ferragosto ortodosso, il respiro si faceva affannoso. Una leggera vertigine nel tumulto della celebrazione mi aveva spinto a cercare riparo in un angolo, sotto la colonna del portico, per scattare qualche foto. Lei era lì, lo sguardo dritto, fermo su di me, e si avvicinava a passi lenti. I suoi occhi scuri ed intensi m’intimidivano: per un attimo ho sussultato quando improvvisamente mi aveva rivolto la parola. "Pose"”, aveva esclamato. Perbacco, che vorrà? Le quattro parole in Rumeno da me conosciute spaziavano a malapena dal buongiorno al grazie e "pose" non era fra queste. Vestita di nero dalla testa ai piedi, impietrita davanti a me, continuava a chiedermi insistentemente qualcosa che non comprendevo. "Una foto", mi disse Marinella, la mia amica rumena sopraggiunta in soccorso linguistico, "vorrebbe che tu le scattassi una foto!". Svelato il mistero, mia zia si era subito proposta, macchina fotografica alla mano. Ma Bria, una donna Rom di Tărgu Jiu, aveva preferito essere fotografata da me. Felice degli scatti dedicatile, mi aveva chiesto di spedirle le foto e mi aveva salutato con grande affetto. Stupita, forse un po’ tramortita dal caldo e dalla ressa, ancora pensavo al suo volto mentre andavo via.

"Marie, la tua trisavola, pare avesse sangue rom nelle vene,", disse mia zia interrompendo il flusso dei miei pensieri, "una donna indipendente, dall’animo vagabondo e grande piglio per gli affari, che un giorno è fuggita con un venditore di cavalli. Forse, per questo motivo quella donna ha scelto te, avrà percepito la tua natura zingara". "Questo spiegherebbe molte cose...", mormorai con un leggero batticuore. Mi piaceva l’idea di poter spiegare così il mio vagabondare, l’essere "nomade" e giramondo, insofferente alle costrizioni ed alla staticità dei luoghi e di poter sostituire l’onnipresente sensazione d’estraneità con un’appartenenza. Lungo tutto il mio percorso attraverso la Romania, ho continuato a seguire con la coda dell’occhio le coloratissime gonne delle donne Rom, con le lunghe trecce nere ed i copricapo sgargianti, ed a scrutare curiosa le aerodinamiche strutture architettoniche, i tetti argentati e gli infiniti pinnacoli dei "pagodiformi" palazzi zingari, chiedendomi come si vivesse dietro quelle mura.

La comunità Rom conta in Romania fra le 420.000 e le 500.000 persone, secondo stime del governo, ma ben oltre gli 1,8 milioni secondo lo European Roma Rights Center: la più grande comunità Rom del mondo e la seconda minoranza di Romania dopo quella ungherese. Non è raro dunque incontrare villaggi e comunità o carovane di carrozzoni sul proprio cammino. Per tutto il tragitto, tuttavia, alla mia idea romantica dello zingaro viaggiatore si è contrapposto il timore dei miei amici per la presunta pericolosità, e mi è stato impedito di fermarmi e coltivare un contatto spontaneo. Improvvisamente mi sono resa conto che la nostra disputa riposava su stereotipi, su pregiudizi, privi di qualsiasi fondamento di conoscenza diretta: io con la curiosità per l’"esotico", loro con la paura per lo sconosciuto. Il mondo dei Rom è una realtà poco esplorata e studiata: uno studio sistematico della cultura e tradizione Rom è iniziato appena il secolo scorso, e se poco si sa sulle loro origini, ancora meno si conosce della loro storia nell’arco dei secoli. È, del resto, piuttosto difficile ricostruire l’esistenza di un popolo che non possiede documentazione scritta del proprio passato: da secoli gli anziani sono i depositari della tradizione orale, tramandata di generazione in generazione. La certezza delle proprie origini non appartiene alla consapevolezza dei Rom ed è forse qui che si individua la loro reale diversità: oggi nel mondo esistono più di dieci milioni di Rom e sono essi stessi a non sapere da dove provengano. Nella versione più accreditata il popolo Rom è partito in ondate migratorie dal Punjab e dal Rajastan, fra Pakistan ed India Nord-Occidentale, fra il VII ed il IX sec. spinto dall’espansione islamica in quell’area. La diaspora dei Rom ebbe luogo su tutto il continente europeo a partire dal 1300 soprattutto nei Paesi danubiani, dopo aver attraversato l’Afghanistan, l’Iran, l’Armenia, la Turchia, la Grecia. Zingaro deriva dal greco medievale Athìnganoi, voce usata per indicare una setta d’eretici perseguitata e spregiata: il meccanismo d’associazione di questa parola al popolo Rom non è in effetti, del tutto chiaro.

Zingari, Gitani, Gitanos, Gypsies, Tzigani, Tsiganes, Zigeuner: quale che sia il termine usato per definirli, esso ha generalmente, anche se talvolta involontariamente, un’accezione negativa. Rom, invece, è il termine usato dagli "Zingari" per chiamare sé stessi: il vocabolo di lingua Romanés o Romanì – idioma strettamente imparentato con il sanscrito ed alcune lingue neo-indiane, arricchito d’elementi linguistici persiani, armeni, serbo-croati, tedeschi – significa "uomo", in contrapposizione ai Gagè (i "non-uomini", gli stranieri, ma anche i paurosi). Per secoli quest’antico popolo è stato disprezzato, cacciato, rifiutato dagli "stanziali", per essere rimasto fedele alle proprie leggi ed ai propri usi tribali, piuttosto che conformarsi. I Rom pur di non perdere la propria cultura hanno preferito scegliere di isolarsi da una società che non condivide le loro scelte e ne opprime le aspirazioni legittime e le libertà. Una "nazione ignota, ignorata, indecifrabile" ed invariabilmente rifiutata dal resto del mondo, che tuttavia è riuscita a mantenere la propria identità, per comunanza di lingua, storia, origini, tradizioni, pur in assenza di un fattore fondamentale: l’esistenza di uno Stato con cui identificarsi.

Nel corso della propria vicenda migratoria i Rom non hanno mai cercato di creare un proprio Stato: l’unico popolo al mondo senza patria, ma anche l’unico popolo al mondo che non abbia mai combattuto una guerra. Apolidi, nella cui lingua il verbo "avere" non esiste e per i quali il concetto di ieri coincide con quello di domani, manifestano una diversità profonda, difficile da accettare soprattutto nel suo connotato più palese: il nomadismo. Il nomadismo implica modi di vita, valori, orientamenti ed una concezione del tempo e dello spazio, legati alla ciclicità, lontani dalle razionalizzazioni delle società occidentali industrializzate: uno stile di vita imposto anche dalle circostanze, ad esempio da motivazioni economiche (si pensi alle grandi famiglie circensi, ai raccoglitori di frutta, ecc.), ma anche dall’essere generalmente malaccolti e respinti. Non è ben chiaro da cosa derivi questo rifiuto: da credenze popolari (si dice che i Rom fossero i forgiatori dei chiodi usati per crocifiggere Gesù Cristo), da superstizioni (legati alle arti magiche ed alla lavorazione dei metalli), ma soprattutto, e più probabilmente, dalla diversità fisica e culturale, dalla riluttanza ad adattarsi a regole imposte, che non siano quelle della propria comunità.

La persecuzione, la riduzione in schiavitù, la deportazione, il genocidio, sono una costante nella storia dei Rom da quando sono arrivati in Europa nel XIV sec., fino a culminare nella scientificità dello sterminio nazista: 500.000 Rom furono uccisi nei lager nazisti, sottoposti a sterilizzazioni forzate, torture ed esperimenti scientifici - ad Auschwitz molti furono cavie per gli esprimenti di Mengele -, gasati. Una "razza inferiore", geneticamente "deviata" e quindi da eliminare. Dimenticati ed ignorati da storici e studiosi, da Stati e governi: la loro voce non fu neanche ascoltata al processo di Norimberga, né furono riconosciuti loro i danni di guerra. Persino nel recente stanziamento di fondi da parte della Germania ad indennizzo per le famiglie dei deportati Ebrei, agli Zingari non è stato dato nulla. La loro "colpa" in questo caso è di non costituire uno Stato, non avere rappresentanze diplomatiche, di non far riferimento ad uno specifico lembo di terra sul globo.

L’unica appartenenza che i Rom sentono come propria, oggi come ieri, è quella al clan, alla comunità, nel cui seno e fra le cui regole si sentono al sicuro. La difesa della comunità è costruita su severe prescrizioni etico-morali e sul rafforzamento della solidarietà familiare allo scopo di garantire coesione e sopravvivenza. Ma è costruita anche sul ricorso agli stessi pregiudizi di cui sono stati vittime: gli altri, i Gagè, così lontani, così diversi, sono esclusi dal mondo Rom. Non esistono classi gerarchiche e sociali, se non la distinzione semplicistica fra ricchi e poveri ed i ruoli sociali sono ben definiti. La posizione della donna è di totale ed assoluta subordinazione all’uomo, al padre prima ed al marito poi - questa circostanza per la verità esclude che io possa decidere di appartenere alla comunità Rom – ed esclusa da qualsiasi processo decisionale: neanche il matrimonio è una libera scelta, ma una decisione paterna, o piuttosto una trattativa fra padri. Il recente caso di cronaca della "principessa zingara che non si voleva sposare" rappresenta un esempio di tradizionale matrimonio combinato, in cui i padri decidono per i figli appena adolescenti, come vuole la consuetudine della cultura Rom.

Fin dal loro arrivo nel XIV sec. erano riusciti ad inserirsi nella realtà economica dell’Europa rurale come calderai, stagnini e incisori d’oro, come allevatori di cavalli e muli, artigiani del metallo, ammaestratori d’orsi, venditori di stoffe, artigiani di vimini e legno, acrobati, prestigiatori, danzatori e musicisti. Avevano saputo ricavare un loro spazio nella società ed erano riusciti a conservare la propria autonomia e mobilità, senza essere condizionati dal mondo esterno nell’organizzazione del tempo e del lavoro. Il progresso tecnologico, il boom economico, l’industrializzazione, la trasformazione delle esigenze della società, tuttavia, hanno soppiantato le attività tradizionali, rendendo obsoleto il loro lavoro. Alla perdita dell’autonomia economica si è affiancata una perdita d’identità, che ha spinto alla sedentarizzazione (in alcuni casi, come nei regimi comunisti, forzosa) ed all’urbanizzazione, mettendo in crisi le strutture tradizionali. Ghettizzati nelle più degradate periferie urbane, i Rom vivono oggi una condizione di povertà ed emarginazione che spinge facilmente all’illegalità ed alla delinquenza. Mendicare, vendere fiori ai semafori, pulire i vetri delle macchine, sono spesso l’unica alternativa alle occupazioni tradizionali andate perdute: del resto, trovare un lavoro dignitoso, per chi è considerato uno straniero, per di più senza Stato, è un’impresa quasi utopica. Il mutamento socio-economico è stato così repentino da impedire un’efficace elaborazione ed un adattamento alla nuova realtà. I Rom dediti al nomadismo sono oggi una minoranza, sebbene il nomadismo sia ormai un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei dritti dell’uomo delle Nazioni Unite e previsto da molte Costituzioni. Bisogna, del resto, ammettere che nel mondo "globalizzato" d’inizio millennio molte professioni spingono ad esistenze assai più nomadi di quella dello Zingaro nomade medio.

Le cose cambiano, anche nel mondo degli "Tzigani": rappresentanze della nazione Rom si stanno formando e stanno affidando all’ONU le proprie posizioni, pur continuando a non rivendicare alcun territorio. Oggi essi rappresentano la più grande minoranza etnica d’Europa, presente in tutti i Paesi, e l’Unione Europea dovrà farvi i conti. Interessante è l’iniziativa del miliardario d’origine ungherese George Soros e della sua fondazione, l’Open Society Institute, che ha lanciato il Decennio per l’inserimento dei Rom per facilitare il loro l’ingresso nell’UE a partire dal 2007, coinvolgendo i governi e la Banca Mondiale. L’Europa ed il mondo sono giunti oggi ad un punto in cui la coincidenza fra i concetti di Stato e nazione inizia a mostrare i propri limiti e la propria inadeguatezza alle evoluzioni correnti: la necessità di costruire una coscienza trans-statuale si propone come questione inderogabile. L’esperienza zingara può essere, in questo senso, un apporto prezioso, rompendo con l’identità tra Stato e nazione, essendo da sempre Nazione senza Stato. La proposta di una cittadinanza europea ai Rom è, anche in quest’ottica, un’ipotesi che sta sempre più prendendo corpo.

La vera sfida dei nostri tempi è quella di abbattere i pregiudizi e la banalità dei luoghi comuni: in negativo come in positivo. Mi spaventa leggere che, secondo indagini dei centri di ricerche sociali, il 60% dei bambini italiani ha paura di "zingari, marocchini e drogati" e che il 90% ha paura degli zingari "perché rubano i bambini". Anche espressioni come: "vai in giro come uno zingaro", "sembri uno zingaro", radicano cliché e rendono più profondo il solco che divide. La visione stereotipata, sebbene positiva, dello zingaro viaggiatore, – e qui confesso di essere scivolata sulla classica "buccia di banana" - o violinista, della zingara che legge la mano o le carte in tv, o del bizzarro e truffaldino protagonista di varia cinematografia, non è meno distorta di quella negativa, perché alimenta immagini falsate e generalizzazioni inquietanti. A nessuno fa piacere essere rinchiuso in un preconcetto: non ci offendiamo forse noi Italiani, quando qualcuno con faciloneria ci associa a "mafia, pizza, spaghetti, mandolino"? Sarebbe il caso di iniziare a riconoscere che la nostra sensibilità non è diversa o migliore di quella degli altri. La tolleranza delle diversità ed il rispetto delle differenze individuali sono l’unico modo di accorciare realmente le distanze. L’essere umano dopotutto è e rimane solo un essere umano, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, chiunque esso sia.

(Pubblicato per Storie da altri mondi su
IL GOLFO, 07/12/2003)
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