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articolo: del
10/01/2004 Intervallo Mitteleuropeo (Praga/Dresda) |












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INTERVALLO MITTELEUROPEO
Praga e Dresda: week-end a confronto. Della difficoltà di descrivere il mondo con oggettività.
È possibile descrivere il mondo con oggettività? Possiamo credere ai nostri occhi quando ci mostrano la realtà? O è solo una delle sue infinite interpretazioni? I sensi raccontano la verità o tessono inganni? È così difficile separarsi dalle proprie percezioni, frutto di stati d’animo e visioni del mondo, idiosincrasie ed inclinazioni personali, per dipingere l’universo con assoluta neutralità. Troppe variabili influenzano le valutazioni: il clima, l’umore, la condizione fisica, i gusti, le predisposizioni di spirito, le personali antipatie e simpatie, ma anche la fortuna, i casi, gli eventi, gli incontri. E niente di più soggettivo della percezione della bellezza: ciò che per me è splendido, può per altri essere un orrore.
Io, ad esempio, soffro di una rara forma allergica agli spostamenti di massa: mi provoca irritabilità, nervosismo e saltuariamente persino l’orticaria. Capita così che una città considerata fra le più belle del mondo mi renda perplessa: sono combattuta e non riesco proprio a decidere se Praga mi piaccia oppure no. Sono sempre stata contraria al viaggio come “transumanza degli gnu”. I fenomeni di massa mi fanno impressione. Ed, in ogni caso, la colpa è mia: non si visitano città come Praga nel week-end, quando l’imbarbarimento dell’all-inclusive riversa sulle capitali europee agglomerati umani in preda al delirio del divertimento. La gente si accalca nelle viuzze e sui ponti, sul castello, nelle piazze e nei locali: strati di esseri umani che cercano l’angolatura giusta per la foto di gruppo con monumento, orde che invadono tentacolari i negozietti traboccanti di pseudo-cristalli di Boemia e “granato cesellato in finissimo argento” a 10 euro…! A scatenare le mie insofferenze forse il primo impatto: la città di Kafka, Dvořák e Smetana mi accoglie gelida avvolta in un manto di nebbia fitta, il che di per sé potrebbe essere un approccio romantico e misterioso, se in qualche angolo provasse a sorridermi. Ma non ci riesce, non s’impegna abbastanza. Abituata alla vita da primadonna non ha bisogno di cedere a facili smancerie e si mostra con una discreta scortesia, non una maleducazione manifesta e palpabile, più una malcelata noia, indifferenza. Sono talmente tanti i visitatori che la sfiorano e ne accarezzano le forme solo per poche ore, e non tornare forse mai più, che maltrattarli un po’ non è un peccato, ma autodifesa. Ci si può affezionare a qualcuno che in pochi istanti ci lascerà?
Sono certa che in altri momenti Praga ha un altro flair: la sua bellezza traspare in sottofondo, come i lineamenti di un volto nascosti dal trucco. Sarà questa circostanza a farla sembrare finta anche nei suoi angoli più suggestivi, costruita, artificiosa, abbozza ammiccamenti ipocriti per la gioia delle masse paganti. Attraversando la Moldava sul Ponte di Carlo fra schiere di bancarelle e dozzine di musicisti di strada, su per la Nerudova verso il Castello, passeggiando per Mala Strana(Quartiere Piccolo) o Stare Mesto (Città Vecchia), nel Quartiere Ebraico, come a Piazza San Venceslao o Staromestské Námestí, ovunque ho avuto la sgradevole sensazione di essere considerata un portamonete vivente e la mia sensibilità di viaggiatore né è stata urtata. “Su, forza, sgancia e riparti”, mi sembrava sussurrasse ogni mattone. Sono ripartita dopo appena tre giorni, incattivita, stizzita: non per un secondo ho potuto provare l’ebbrezza d’essere faccia a faccia con lei per conoscerne l’essenza. Mi rendo conto: dopo un fine settimana un giudizio è certamente affrettato. Del resto ero di cattivo umore, avevo dormito male, il viaggio era stato orrendo come la settimana appena conclusa. Ma non è proprio questo ciò di cui si stava parlando?
Eppure, per Dresda mi è bastato così poco. A sole tre ore di treno da Praga, la Firenze dell’Elba, affascinante vestita nei colori d’autunno e illuminata dal sole, è meno viziata ed altezzosa della signora d’oltreconfine. Più umana, conserva ancora una smorfia di dolore per le passate sventure: ultima in ordine di tempo l’alluvione di due estati fa, le cui conseguenze sono ancora visibili, sebbene la ricostruzione sia in atto. Questa città ed i suoi abitanti hanno, del resto, uno spirito indomito ed anche di fronte a tragedie inaudite hanno trovato sempre il coraggio di risollevarsi. Come dimenticare il drammatico bombardamento che rase al suolo la città nel febbraio 1945? Dalla storia quest’episodio viene ricordato come un inutile massacro in cui persero la vita fra le 150 e le 200 mila persone nel più crudele attacco aereo della Seconda Guerra Mondiale, quando ormai le sorti del conflitto erano segnate. Ci sono voluti decenni per ricostruire la città devastata. Il più importante simbolo della distruzione e ricostruzione di Dresda, con la sua immensa cupola così come “fotografata” dalle vedute di Canaletto, è la famosa Frauenkirche, la Chiesa di Nostra Signora. Considerato l’emblema più eclatante della “barbarie imperialistica”, era rimasta in rovine durante gli anni della DDR, in ricordo delle vittime della sanguinosa incursione. Essa stessa non era stata distrutta direttamente dalle bombe, ma dal rogo che ne seguì. Dopo il crollo del muro, nel 1993, è stata decisa la sua ristrutturazione quale immagine della rinascita della città: un progetto maestoso che troverà conclusione solo nel 2006 in occasione dei festeggiamenti per l’ottavo centenario della città. E poi la Semper Oper (l’Opera), il castello residenziale, l’Albertinum che ospita la “collezione della Volta Verde” (il Gruenes Gewölbe, la camera del tesoro creata da Augusto II il Forte, sovrano di Sassonia, fra il 1723 ed il 1729, dove sono raccolte meravigliose opere di gioielleria ed oreficeria ed ogni genere di preziosi, fra i quali uno sbalorditivo e microscopico nocciolo di ciliegia, esposto sotto un’enorme lente d’ingrandimento, per rendere visibili i 185 volti su di esso intarsiati), lo Zwinger, la Reale Collezione delle Porcellane (con splendide porcellane giapponesi e cinesi, ma soprattutto quelle della celebre manifattura di Meissen), la Pinacoteca degli Antichi Maestri (dove accanto a dipinti del Rinascimento e del Barocco italiano di artisti come, Giorgione, Tiziano, Correggio, Tintoretto, Veronese, Mantegna, Pinturicchio, Botticelli, si trovano dipinti olandesi e fiamminghi del XVII secolo di Rubens, Van Dyck, Rembrandt, Vermeer e tanti altri. Non mancano comunque anche dipinti francesi, spagnoli e naturalmente tedeschi). E qui mi fermo e sprofondo estasiata di fronte al volto beato della "Madonna Sistina" di Raffaello, venerata dal basso dai famosissimi putti. Sono incantata. E, se uscendo un vecchietto suona la fisarmonica mentre si accendono le luci al tramonto, ho la straordinaria sensazione che lo faccia per me, e per me soltanto.
“Ma non ti sembra un giudizio troppo di parte?”, replica mia cugina mentre versa il tè, “A me Praga e piaciuta, e ci sono stata benissimo!”. Appunto. I suoi occhi hanno visto qualcosa che io non ho visto? I suoi sensi le hanno rivelato cose che io non ho percepito? Eppure eravamo insieme, nello stesso luogo, per lei splendido, per me orrendo. L’imparzialità crolla, dunque, sotto i colpi delle sensazioni personali e l’oggettività si sgretola come terra asciugata dal sole: ma piuttosto che snocciolare uno sterile ed asettico elenco di cosa si trova a sud, nord, est, ovest, sopra e sotto, preferisco assumermi la responsabilità delle mie opinioni e continuare a scrivere di ciò che sento.
(Pubblicato per Storie di altri mondi su IL GOLFO, 10/01/2004)
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