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articolo: del
11/07/2004 In Transiberiana (Mongolia) |













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IN MONGOLIA
In treno da Mosca a Pechino. Diario di un viaggio in Asia Settentrionale, a confronto con le realtà del mondo post-comunista e la natura incontaminata, in un percorso impegnativo, ma profondamente suggestivo.
Due giorni di viaggio in treno ci separano da Ulan Baatar e nuove avventure ci vengono incontro. Ormai gli imprevisti non ci spaventano più. Non ci sciocca neanche che Unegen, rubicondo donnone mongolo abbia invaso il nostro scompartimento con tonnellate di materiale di vario genere. Unegen è una contrabbandiera: traffica in sigarette – la situazione suona subito piuttosto familiare alle nostre orecchie napoletane -, ma anche in generi alimentari (pesche sciroppate, miglio, zucchero). Con il marito ha un banchetto al mercato nero, dove vende i suoi prodotti. È dura la vita di Unegen: continuamente in viaggio fra Russia e Cina ad acquistare merci. Un’esistenza spesa in treno, lontana dagli affetti del marito e dei figli, che riesce a vedere solo per pochi giorni al mese. E perennemente in fuga dalle autorità di frontiera, che cercano di impedire il contrabbando. Inizialmente restii, un po’ sospettosi verso il coinvolgimento in una situazione potenzialmente rischiosa, abbiamo poi però deciso di aiutarla. Unegen ci ha assicurato che non avremmo corso pericoli, lei si sarebbe assunta l’intera responsabilità del caso qualora fossa accaduto qualcosa.
Giungiamo al confine il giorno dopo: l’avamposto militare di Nauški è un luogo deserto, arido, dimenticato da Dio. Nove ore, abbandonati sotto il sole rovente in un vagone isolato su di un binario morto in pieno nulla, circondati da cani randagi, in attesa dei controlli di frontiera, sono l’occasione per costruire nuove amicizie. Le situazioni estreme avvicinano le persone, le portano a condividere quel poco che c’è e ad intessere solidarietà difficili in altri momenti. Ruslan ed Evgenii ci offrono del pesce essiccato, della birra e ci raccontano della Mongolia, che conoscono bene. Ma presto Unegen si affaccia alla porta dello scompartimento, fa un cenno con la testa: è ora. Sudo freddo al pensiero del controllo, speriamo bene! Il poliziotto russo è meticolosissimo, legge e rilegge i nostri documenti, osserva attentamente lo scompartimento; l’ansia mi assale all’idea di poter pagare il prezzo della nostra collaborazione con la contrabbandiera. Si guarda intorno, borbotta, ammicca. Improvvisamente Unegen tira fuori dalla tasca una mazzetta di rubli e glieli stringe in mano, lui indietreggia, lei gli porge una bottiglia di vodka, lui la prende, sorride. La trattativa è conclusa. Ora ho capito. Il poliziotto mongolo giunge pochi minuti dopo: stessa procedura, sorrisi, vodka, pesche sciroppate, soldi. La corruzione è un male endemico di tutta l’area ex-sovietica, in Russia, come in Siberia, come in Asia Centrale. Aggirare la legalità è una consuetudine, quasi la normalità, e con i giusti accorgimenti le autorità chiudono occhi ed orecchie. Usi, come accennato, radicati già dai tempi del regime, quando l’unica garanzia di sopravvivenza era aggirare il sistema. Personalmente, tiro un sospiro di sollievo solo di fronte agli stivali che si allontanano. Stanchi morti, vorremmo solo dormire, ma non si può. Tutto ciò che Unegen ha nascosto nello scompartimento ora va recuperato e sistemato negli scatoloni, fra poche ore saremo ad Ulan Baatar e tutto deve essere pronto per essere scaricato. Passiamo la notte ad impacchettare e quando finalmente abbiamo finito scorgiamo in lontananza la città. Siamo arrivati.
La Mongolia è una terra affascinante, diversa da tutto ciò che conosco. Un Paese grande sette volte l’Italia, con appena due milioni e mezzo d’abitanti. Praticamente nessuno. Non esistono città e non esiste agricoltura: nomadi, allevatori, trascorrono la vita a cavallo nella steppa, vivendo in tende di feltro (ger), affrontando temperature estreme ad ogni stagione (dai –40 invernali ai +40 estivi), restii a farsi conquistare dall’industrializzazione. Gente dura, concreta, ma di cuore, ospitale e gentile, che ha conservato un indomito spirito di libertà. Il comunismo ha stravolto i sistemi di questa società di tipo clanico e tribale, cercando di "sedentarizzare" una popolazione incapace di vivere all’interno di agglomerati urbani ed abituata a muoversi seguendo le stagioni con il proprio bestiame. Ulan Baatar è il frutto di questa politica, e si vede. Le enormi strutture di tipica architettura monumentale comunista sono completamente impersonali, fredde, così come la piazza centrale Suchabaatar, immensa, deserta, ignorata dagli abitanti, per i quali rappresenta un concetto estraneo. Buyan, nostro contatto a Ulan Baatar, ci parla della storia mongola: il fulcro culturale e tradizionale ruota intorno all’allevamento del bestiame e soprattutto dei cavalli, la cui somma espressione avviene nella festività del Naadam, durante la quale ogni anno in luglio dai tempi degli Unni si svolgono corse di cavalli, gare di tiro con l’arco e di lotta. I mongoli amano le proprie bestie visceralmente, dedicano loro canti, odi, rappresentazioni figurative. L’eroe nazionale è ovviamente Gengiz Kahn, avo condottiero, barbarico conquistatore, che con le sue orde ha dominato per lungo tempo i destini dell’Asia. Ogni cosa lo ricorda: l’effige sulle monete, la birra Gengiz, la vodka Gengiz, le patatine Gengiz, il bar Gengiz, l’hotel Gengiz… . Solo ora che il comunismo è finito, la popolazione può ritornare alle antiche tradizioni religiose, un misto di sciamanesimo ed animismo, ma soprattutto al buddismo - diverso per principi e caratteristiche da quello tibetano -, soffocato nel sangue dallo Stalin mongolo, Choibalsan. Buyan, estremamente religioso, ci racconta delle terribili repressioni ai danni dei monaci buddisti, trucidati in migliaia, e delle devastazione dei templi e dei luoghi di culto. Con la fine del regime i mongoli hanno ritrovato l’antica spiritualità e stanno ora lentamente ricostruendo, per quel che è possibile, ciò che è stato distrutto.
La nostra intenzione di andare a visitare Karakorum (o Charchorin), antica capitale dell’impero mongolo, ci conduce attraverso la steppa ed il deserto del Gobi. Lungo la strada sterrata - un’infilata di buche senza via di scampo - non c’è nessuno, ogni tanto una tenda. I piccoli mucchi di sassi, su cui sono issati svolazzanti khadak bianchi e blu (fasce beneaugurati), che incontriamo lungo il cammino sono portafortuna sciamanici per il viaggiatore: bisogna girarvi intorno tre volte lanciando tre sassi ed il viaggio andrà bene. Per noi ha funzionato. E poi ore di cavalli, montoni, yak, cammelli, ma anche aquile, volpi, marmotte. A Charchorin dormiamo in una ger sul fiume Orchon, ma prima seduti al buio all’aria aperta sotto il cielo stellato godiamo il silenzio. Un silenzio così intenso che lo si può sentire, fortissimo, ricco di suoni: di vento teso, di sabbia, di acqua che scroscia. Stesa sul prato guardo le stelle: non se ne vedono più così tante dalle nostre parti, dove le luci delle città ne nascondono il bagliore. Mi vengono in mente le parole di Ruslan, quando in treno mi raccontava del “cielo blu della Mongolia”, il cielo più blu che si sia mai visto. Sarà la latitudine, l’inclinazione del sole, però è vero. La natura incontaminata, con cui vengo in contatto mi spaesa, ma mi rende serena e mi tranquillizza, rimettendomi in contatto con una parte di me che, travolta da ritmi innaturali, rumori, tv, radio, clacson, motori, dimentico. Non è retorica, ma basta poco per essere felici. Io in questo momento lo sono davvero.
IN CINA >>>
(Pubblicato a puntate per Storie da altri mondi su IL GOLFO, dal 08 al 13/07/2003)
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IL TE' MONGOLO
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Commenti e Domande |
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cosa vuol dire buyan
- Buyan è semplicemente il nome proprio del nostro cicerone di Ulan-Baatar.
Pare sia un nome abbastanza comune in Mongolia.
Da cosa derivi etimologicamente però, e cosa significhi, non ho idea.
Basti dire che è un simpatico ragazzo un po’ corpulento che ci ha fatto da insuperabile guida nella nostra avventura mongola.
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