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articolo: del
07/10/2004 Pescatori ad Ischia (Italia) |











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L’UNICO CON CUI RAGIONARE E’ IL MARE
Alcuni mestieri più di altri sono il frutto di precise scelte di vita: Franco, giovane pescatore ischitano, passa le sue notti in mezzo al mare a bordo della sua “Piccola” ed ha acconsentito a portarci con sé per comprendere le sue.
Di non chiudere occhio alla notte, Franco lo ha scelto consapevolmente. Avrebbe potuto continuare la sua occupazione diurna di muratore, esercitata per diciassette anni: è bravo ed in molti rimpiangono di non poter fare più riferimento alla sua abilità di mastro. Ma non tornerebbe mai indietro: “E’ una questione di passione. Ce l’hai dentro e non ci puoi fare niente”. Un amore ereditato per tradizione familiare: alla pesca lo hanno iniziato i nonni, sia materno che paterno, entrambi pescatori. Ancora giovanissimo ha imparato i trucchi del mestiere, innamorandosi di uno stile di vita a costante ed intimo contatto con la distesa blu. E se fino a qualche anno fa era solo un dilettante a pesca per divertimento, oggi ne ha fatto la sua professione. Una scelta insolita per un ragazzo nella benestante Italia del nuovo secolo: “E’ un mestiere difficile, scomodo, bisogna esserci tagliati. Non è certo vita da signorini. Io non ho mai amato gli agi, non sono neanche mai stato uno che alla sera usciva per far baldoria. Ho iniziato a lavorare molto presto: noi siamo cinque figli, io sono il secondogenito, ma il primo maschio e mi sono subito rimboccato le maniche. A diciotto anni mi sono imbarcato come militare ed ho passato 16 mesi sull’incrociatore Caio Duilio. Ho visto il mondo: dall’Australia al Sud America, dall’India all’Africa. Ma erano altri tempi, adesso ho molte più responsabilità. E comunque, se vogliamo essere onesti, non cambierei la mia isola con nessun altro posto”.
Oggi Franco ha trentacinque anni e tre figli di cui prendersi cura. Tutte le sere allestisce la sua barca, la “Piccola” - un gozzetto di sei metri e mezzo - e prende il largo. Da solo. Stanotte si va’ alla Chiaia, a largo del Villaggio Coppola, a dieci miglia da Ischia ed a sei dalla costa napoletana. E’ una delle zone più pescose della Campania, per il fondale basso e fangoso, vero vivaio di quelli che chiama “i pesci di popolo”, più economici ed ordinari, ma non per questo meno saporiti: palamiti, pesci stella, tonnetti, ma anche ricciole, ed a seconda delle stagioni merluzzetti, sogliole, rombi, e via dicendo; qui si può pescare di tutto. Per un piccolo pescatore com’è lui, la vita là fuori è dura. Bisogna combattere con molte incognite, dalle variabili meteorologiche e marine all’imprevedibilità del risultato finale, per non parlare dell’aspra concorrenza. Il tempo stasera è buono. Il mare, per usare un espressione locale, “è un olio”. Eppure, questo non significa niente: chi decide l’esito della pesca non è il tempo, ma le correnti. Franco oggi è uscito con le reti a correre adatte alla cattura dei pesci che si muovono a mezz’acqua: lunghe un chilometro e mezzo ed alte circa 15 metri, galleggiano in balia di correnti, la cui direzione può improvvisamente mutare, rischiando di compromettere un’intera nottata di lavoro.
Dopo aver calato i mestieri, come si dice in gergo, inizia un’attesa tutt’altro che rilassante. Bisogna costantemente vigilare sul percorso segnalato da rudimentali boe luminescenti: un attimo di distrazione basta a perdere tutto. Qui, sono le paranze a farla da padrone e non è facile tenerle a bada. Sebbene non sia consentita la navigazione in acque così prossime alla costa e di profondità così ridotta, la Chiaia è letteralmente invasa dai pescherecci che confluiscono in zona da ogni angolo della regione. “In genere, cerchiamo di andare via prima del loro arrivo, è una forma di rispetto reciproco, una legge non scritta. Ma oggi è venerdì, domani non si esce, e quindi restano fuori tutta la notte per recuperare il più possibile”, dice. Tirano dritto seguendo la propria rotta ignorando le attrezzature dei piccoli gozzi, non di rado tranciando di netto le reti senza neanche accorgersene. Franco vive sul chi va là, con gli occhi sempre aperti: “E’ una pesca faticosa e ad alto rischio. Gli altri, soprattutto i più anziani, preferiscono tenersi più vicino all’isola ed evitare questo stress”. In effetti, a parte lui, stasera non si vedono in giro altri piccoli pescatori. Quelli ischitani, di per sé, non sono molti: la cooperativa locale conta 110 soci e circa 60 imbarcazioni ed è una constatazione amara, ma reale, che si tratti di una categoria professionale sempre più a rischio d’estinzione. La presenza massiccia di barche da pesca grossa che possono uscire anche con il maltempo – mentre le altre sono costrette a rimanere in porto già a partire dal mare forza 3-4 -, ma anche una profonda demotivazione, spingono sempre meno ragazzi ad intraprendere un’attività tanto impegnativa e solo relativamente remunerativa. E’ diventato difficile trovare un marinaio-apprendista: di fronte ad altre opzioni, la preferenza ricade su lavori meno pesanti con uno stipendio fisso garantito. Anche il nostro amico appare indeciso – sebbene gli brillino gli occhi quando glielo si accenna - se invogliare i propri figli ad un’esistenza di notti in mare aperto, d’intemperie ed umido che entra nelle ossa, di freddo pungente d’inverno e di una solitudine per spiriti forti che non abbiano conti aperti con sé stessi, ritrovandosi spesso a portare a casa solo la campata (lo stretto necessario al sostentamento giornaliero).
“Il mare è coperto”, dicono i pescatori: non si sa cosa si può trovare sotto. E lo sa bene Franco, che questa notte borbotta perché la corrente dopo il tramonto ha improvvisamente cambiato direzione, spingendo le reti a largo. Teme una pesca scarsa, poco gratificante in proporzione alla fatica. “Nel mestiere del mare non si sa mai: lavori benissimo una settimana, poi ti capitano giorni e giorni di tempo inclemente o pescate misere. Sono quattro anni che faccio esclusivamente il pescatore e soprattutto agli inizi ho avuto moltissime difficoltà, per avere la licenza, per inserirmi nella categoria e farmi accettare. Ma il lavoro in proprio ha i suoi vantaggi: posso decidere autonomamente quando, dove e cosa pescare. Io sono un pescatore di tipo classico: a seconda delle stagioni mi piace variare genere ed attrezzature. Adesso utilizzo le “reti a correre”, ma già tra un mese cambierò. Sarà il periodo di accoppiamento delle orate (qui lo si chiama la traiana), che si radunano in massa nel raggio di poche miglia fra Ischia e Capri, e le si cattura con le coffe. In estate, invece, è più redditizio il pesce pregiato, da vendere ai ristoranti: aragoste, astici, cernie, scorfani, presi con i tremaglioni, reti di profondità a triplice maglia. Ma la mia pesca preferita rimane quella a totani”. Dopo tre o quattro ore le reti vengono issate a bordo con l’aiuto di un verricello. Non sembra contento del risultato: oggi poche ricciole e sono quelle che si vendono meglio.
Col bel tempo lo smercio avviene direttamente lungo il moletto al Ponte con bella vista sul Castello, dove alla mattina la gente sciama curiosa per valutare il pescato e fare la propria scelta. Il maltempo, invece, impedisce l’ormeggio al pontile e costringe a cedere tutto alle pescherie “alla metà della metà del prezzo”, come mi racconta mentre districa un pesce stella impigliato nelle maglie della rete. Riprovare? No, stasera no. La pesca è una questione di istinto, come lo sono le uscite in mare. “La notte più brutta mi è capitata lo scorso anno: le previsioni erano pessime ed il mio istinto non presagiva nulla di buono. Ero uscito a totani ad otto miglia e sette da Sant’Angelo, convinto anche dalla presenza della barca grande di alcuni amici che garantivano appoggio in caso di necessità. D’improvviso, mentre la tempesta montava, il motore andò in avaria, lasciandomi alla deriva in mezzo al mare. Gli amici non riuscivano a rintracciarmi ed io a raggiungerli. Solo dopo molto tempo, sono riusciti a trovarmi per trainarmi verso terra, ma anche le manovre di attracco erano rese quasi impossibili dal mare in burrasca e dal vento di ponente, sotto una pioggia battente e fulmini mai visti. Quella volta sì, me la sono vista brutta!”, narra con postura da lupo di mare. E la notte più bella? “Tre anni fa, quando ho preso un quintale e cento di totani” sorride, mentre un lampo di felicità gli attraversa il viso. I riflessi di luna guizzano sull’acqua argentei come pesci e Franco con lo sguardo verso casa, confida: “Non c’è niente di più bello. Alcuni giorni mi circondano i delfini, mi riconoscono da lontano e scelgono di accompagnarmi; basta allungare una mano per accarezzarli. Le notti le passo sotto le stelle, solo con i miei pensieri: io, il mio mestiere non lo cambierei per nulla al mondo. Anche perché qui fuori, l’unico con cui devo ragionare è il mare”.
(Pubblicato per Storie da altri mondi su IL GOLFO, il 07/10/2004)
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