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articolo: del
05/11/2008 Il mito di Dracula (Romania) |







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IL MITO DI DRACULA
Dall’origine storico-folklorica al successo letterario e cinematografico, dalla superstizione contadina del vampiro allo sfruttamento commerciale e turistico del Dracula “transilvano” nella moderna Romania.
Il momento è propizio. Sul finire d’Ottobre, nell’atmosfera malinconica e spettrale dell’autunno inoltrato, di rami spogli e foglie cadute, di fumi di terra umida e decomposizione, di natura che si assopisce, di tenebre improvvise, dove solo ieri il sole allietava giornate serene di una vigorosa estate, di brividi sommessi che rubano l’ultimo spazio al caldo tepore settembrino, quando rintanarsi nelle proprie quattro mura diventa un rito consolatorio, quando nell’aria cupa e ferma la pioggia incessante e molesta è un grigio muro di gocce in caduta libera, è allora che ricordiamo la caducità delle nostre esistenze, la ferale ed ineluttabile verità che è la morte, e l’angoscia che accompagna da sempre l’irrisolta questione del “cosa verrà dopo”. Sono ancora i rituali ad esorcizzare il bagaglio di paure ancestrali che, nonostante tutta la modernità ed il progresso, ci portiamo dietro, sebbene oggi non ci si limiti più a vegliare e ricordare i defunti, bensì, al passo con esigenze dei tempi e del consumismo, si trasformi volentieri il rituale in festa. Halloween è ormai anche nel nostro Paese una consuetudine consolidata: un imperversare di zucche dal sorriso beffardo ed occhi incavati che ghignano malefiche da ogni dove, cappelli a punta per streghe del sabato sera e denti aguzzi per i vampiri della domenica.
Il momento è propizio per ridestare memorie di un viaggio rumeno sulle tracce del voievod (principe) Vlad Ţepeş, l’Impalatore, più noto come Dracula. O meglio, questa era l’intenzione iniziale, spinta da monumentale ignoranza sulle origini dei vampiri ed associando, come tutti, la figura del voievod al letterario Dracula di Bram Stoker. Esigenze di scrittura e curiosità morbosa mi hanno, tuttavia, spinto ad approfondire il tema con letteratura adeguata ed una visione d’insieme più ampia. La storia è nota a tutti: il conte Dracula è un vampiro, un non-morto, che al calare delle tenebre lascia la tomba, avvolto in un lugubre e nero mantello; si aggira minaccioso nelle lande transilvane alla ricerca di cibo, che si procaccia mordendo sul collo suadenti fanciulle in fiore, e succhiatone il sangue fugge nella notte in un battito d’ali di pipistrello. Quante di queste affermazioni sono vere?
IL MITO E LE SUE ORIGINI
Nelle mie ricerche mi sono imbattuta in La stirpe di Dracula. Indagine sul vampirismo dall’antichità ad oggi (Oscar Mondatori, Milano, 1997) in cui si affronta in maniera scientifica ed esaustiva il tema del vampirismo. L’autore, “Massimo Introvigne, è uno dei massimi esperti del settore, presidente della sezione italiana della Transylvanian Society of Dracula, che riunisce studiosi, accademici ed appassionati del mito del vampiro di tutto il mondo”, come detta la breve biografia, sul retro-copertina: qualifiche che non lasciano dubbi sulla qualità della fonte. Scopro che neanche metà delle affermazioni fatte in precedenza per dare una definizione di vampiro corrispondono a verità. E mi rendo subito conto della difficoltà di definizione dell’entità in questione. L’affermazione “il vampiro è un non-morto” pare essere una delle poche corrette, tuttavia, Introvigne ci tiene a specificare (e lo citerò in più punti per esigenze di chiarezza) che:
a) “il vampiro è una persona umana, per escludere ogni altra forma di spirito mitologico o demoniaco che attacca i viventi;
b) “il vampiro è una persona umana (uomo o donna)morta”, per sgombrare il campo da viventi che bevono sangue a vario titolo;
c) “il vampiro è una persona umana morta cheappare con il suo corpo”, con una realtà fisica tangibile e non una semplice immagine o illusione;
d) “il vampiro è una persona umana morta che appare con il suo corpo, attacca i viventi e si sostiene con il loro sangue”. Il parallelismo fra sangue e vita è alla base del mito del vampiro, inscindibile dalla sua identificazione.
Giunti ad una definizione di vampiro è ora lecito interrogarsi su quali siano le origini di quest’entità. E apprendo che sul come e dove sia comparsa per la prima volta tale credenza è tuttora in atto un dibattito piuttosto acceso e le opinioni divergono. Introvigne menziona cinque teorie principali. La teoria dell’origine “universale” o preistorica, erge il suo postulato sulla paura dei morti, più antica di tutte le religioni e che nessuna è ancora riuscita completamente ad esorcizzare. La teoria dell’origine “sciamanica” sostiene la derivazione della credenza dall’interpretazione sciamanica dell’aldilà, un mondo parallelo e rovesciato rispetto a quello dei viventi, che il morto ha paura di raggiungere, spingendolo a succhiare il sangue, fonte di vita. La teoria dell’origine “orientale”, affonda le sue ragioni nella mitologia cinese, ma soprattutto indiana in cui sono presenti numerose figure simili al vampiro: si presuppone che attraverso la “via della seta” carovane di mercanti e pellegrini abbiano portato il mito dalla Cina e dall’India nel Mediterraneo. Si presume anche che il mito possa essere arrivato in Europa con le migrazioni degli zingari: nel folklore Rom esistono figure come il mullo, una persona morta per cause non naturali (omicidio, suicidio, incidente) o particolarmente malvagia in vita, che esce dalla tomba per strangolare i viventi e cibarsi del loro sangue; ancora oggi non è raro trovare tribù Rom che perforano il cuore di un defunto con un ago di acciaio per impedirgli di risvegliarsi. Il numero di paralleli tra il mullo ed il vampiro è impressionante, e questa una delle teorie più accreditate delle sue origini. Non manca una teoria dell’origine “europea antica” o medievale. Non c’è dubbio, in effetti, che il vampiro sia apparso per la prima volta con tutte le sue caratteristiche in Europa Orientale. Esiste, infine, una teoria dell’origine “moderna”, che situa la nascita del mito fra il 1700 ed il 1800 ed in effetti, se per vampiro si intende il personaggio che conosciamo, con tutte le caratteristiche del “conte” Dracula, ci troviamo di fronte ad una creatura del tutto moderna.
“Allo stato attuale, non sembra possibile apportare una soluzione definitiva alla questione delle origini del vampiro”, scrive Introvigne, che prosegue parlando di un “vampirofolklorico” antesignano del “vampiro classico”. Fra i vampiri folklorici ricorda la figura polacco-tedesca del Nachzehrer, un morto che mastica nella sua tomba tutto ciò che trova più vicino alla bocca (il sudario, le vesti, il velo, ma anche le proprie mani e braccia). Questa masticazione, secondo le credenze popolari, provoca un misterioso svuotamento di energia fra coloro che vivono vicino alla tomba, causandone il deperimento ed infine la morte. Grazie alla sua masticazione, il Nachzehrer si rinforza, emerge dalla tomba ed attacca i viventi. In secondo luogo, viene individuato il Vyrkolakas, figura tipicamente greca, un morto che non si decompone, perché in disputa con la Chiesa ortodossa (ad esempio coloro che non hanno potuto essere seppelliti con i riti religiosi ortodossi, i suicidi, gli assassinati che non sono stati vendicati, ma anche gli spergiuri, gli stregoni, gli scomunicati). Il vyrkolakas, secondo le superstizioni contadine, diventa pericoloso, quando il Diavolo entra nel cadavere e lo possiede; inizierà, allora, a girare per le case chiamando per nome le persone che ci vivono: se la persona chiamata risponde è perduta, perché morirà in pochissimo tempo. Oggi, le credenze del nachzehrer e del vyrkolakas, sono sicuramente diminuite, ma è probabile che nelle aree rurali più remote, fra le persone anziane, non siano sparite del tutto neppure ai nostri giorni. Ma è evidente che televisione e cinema rischiano di snaturare e trasformare le memorie arcaiche.
Il vampiro classico si afferma in Europa a cavallo fra Seicento e Settecento, diffondendosi dalle campagne dell’area austro-ungarica e serba: il comune denominatore dei racconti dell’epoca sono morti misteriose ed improvvise in seguito a fulmineo deperimento e consunzione, di persone che fino a poco prima stavano bene, e narrano del ritrovamento, all’atto dell’esumazione, di cadaveri in perfetto stato di conservazione, con sangue fuoriuscente da occhi, orecchie e naso, con organi ancora intatti, pelle dal colorito vitale, unghie e capelli cresciuti, segni evidenti di vampirismo. La pratica del paletto di legno conficcato nel cuore e la distruzione del corpo mediante il fuoco, impediscono al fenomeno di continuare. L’immagine patinata e da rivista di “eleganti nobili europei, con cappa e cilindro circondati da pipistrelli”, è in contrasto stridente con il vampiro folklorico e classico, con cui l’Europa viene in contatto fra 1600 e 1700, “contadini rozzi, rubicondi e ben poco eleganti o vecchie raggrinzite in fama di streghe”. Sarà la letteratura ad attuare la trasformazione successiva. Quanto ai pipistrelli, non hanno praticamente nulla a che vedere con il vampiro folklorico o classico, bensì con il celebre naturalista Leclerc de Buffon, che nella seconda metà del Settecento impone il nome vampyrus ad un pipistrello sudamericano che succhia il sangue di piccoli mammiferi. Va, tuttavia, rilevato che già nell’antichità il pipistrello veniva associato all’anima dei defunti.
La produzione letteraria sul tema del vampirismo è immensa, spazia nei generi più diversi, dalla poesia al romanzo, rendendo quasi impossibile tentare di costruire una bibliografia completa. Cito solo i grandi classici: The Vampyre (1819) di J. W. Polidori, in cui il vampiro è descritto come un membro degenerato dell’aristocrazia, pallido, dallo sguardo imperioso, capace di affascinare ogni donna; il racconto La morte amoreuse di Gautier (1845), in cui il vampiro è per la prima volta una femme fatale; Varney the Vampire (1847) di Rymer che contribuì a rendere il vampiro una figura nota a tutti; Carmilla di Le Fanu, la cui delicatezza, contrapposta alla violenza di Varney, è un elemento d’importanza significativa per la costruzione dell’immagine del vampiro classico. E poi tutte le trasposizioni letterarie del Novecento, dai racconti di Anne Rice (The Vampire Lestat) a Salem’s Lot di Stephen King, passando per centinaia di racconti gotici, raccolte horror, fumetti e chi più ne ha più ne metta. Il tema del vampiro ha avuto un ruolo d’enorme rilevanza nel mondo letterario in tutte le sue forme di espressione, come anche nel teatro (famosa una piece di Deane e Balderstone), per non parlare del cinema.
Le migliaia film, che, dal fantasy all’horror, dalla parodia ai film per la tv, per finire ai cartoni animati, hanno per protagonista un vampiro, sono impossibili da menzionare. Ma non posso esimermi dal citare almeno qualcuno dei film che ha fatto storia: come dimenticare, ad esempio, Nosferatu (1922) del maestro del cinema muto tedesco Friedrich Wilhelm Murnau, con Max Schreck nella parte del vampiro, o le interpretazioni di Dracula di Bela Lugosi o Cristopher Lee, il remake di Nosferatu di Herzog con Klaus Kinski, per citare i più ovvi e giungere ai nostri giorni, con il vampiro postmoderno, introspettivo, psicologicamente complesso, con forti connotazioni sessuali come Miriam si sveglia a mezzanotte (con Susan Sarandon e Catherine Deneuve) combattuto fra bene e male come in Intervista con il Vampiro (con Tom Cruise e Brad Pitt), violentissimo e trash in Dal tramonto all’alba (sceneggiato da Tarantino).
DRACULA
Ed il nostro eroe? No, non l’ho dimenticato, non lo sto citando di proposito. Non lo cito perché uno dei libri più letti della storia della letteratura mondiale (qualcuno parla addirittura del più letto dopo la Bibbia), merita un discorso a parte. Dracula (1897) di Bram Stoker è la chiave nella consacrazione del vampiro, che da credenza popolare assurge al ruolo di mito universale, di “vampiro per eccellenza”. Dracula, di cui Stoker prende in prestito il nome e di cui tutti oggi associamo il volto al “principe della notte”, è un personaggio veramente esistito. Ma la realtà storica è ben diversa dalla finzione romanzesca. Per cominciare Dracula non è un conte, ma appunto un voievod, un principe, e non in Transilvania, bensì in Valacchia nel XV secolo. Del resto “Dracula” non è neanche il suo vero nome: Dracul è, infatti, l’appellativo del padre di Vlad Ţepeş, Vlad Basarab, e significa “il dragone” o anche “il diavolo”. Storicamente questo soprannome si spiega con l’adesione di Vlad Basarab all’Ordine cavalleresco del Dragone, di cui il dragone era vessillo. Dunque Draculea, figlio di Dracul, e poi Dracula. Ma i Valacchi hanno sempre preferito chiamare il loro principe Ţepeş, l’Impalatore, con riferimento al metodo da lui preferito per mettere a morte nemici e malfattori: un palo di legno spinto su per la colonna vertebrale del condannato, facendo ben attenzione a non ledere alcun nervo vitale per lasciarlo in vita per almeno quarantotto ore fra atroci sofferenze. Non disdegnava, comunque, anche altre feroci forme punitive, come la decapitazione, la bollitura o sepoltura di nemici ancora vivi. Per quanto sia sempre stata sottolineata la smisurata crudeltà e spietatezza di Ţepeş, va però considerato che all’epoca simili torture non erano una rarità.
Nato a Sighisoara in Transilvania nel 1431, Vlad Ţepes è stato principe di Valacchia con alterne vicende fra il 1448 ed il 1476. Nota è la sua campagna contro i Turchi, meno noti i suoi contrasti con il reggente d’Ungheria Giovanni Hunyadi che aveva fatto uccidere suo padre e suo fratello Mircea, e la lotta contro la disonestà dei mercanti sassoni del Siebenbürgen (Transilvania). Sono proprio i mercanti tedeschi, dopo la morte di Vlad, ad alimentare il mito del vampiro: le cronache sassoni dell’epoca puntano a dare una connotazione fortemente negativa del voievod valacco, attraverso aneddoti sulla sua inumana ferocia. Uno dei più famosi narra di un mercante ungherese al quale vengono rubati centosessanta ducati d’oro. Dracula, dopo aver minacciato di mettere a ferro e fuoco i villaggi della zona, riesce a trovare il ladro e lo fa impalare. Restituisce il maltolto al mercante, ma di nascosto aggiunge un’altra moneta al gruzzolo. Il mercante conta le monete, trova quella in eccesso e la restituisce al principe, che gli risparmia la vita: se il mercante si fosse mostrato disonesto e non avesse restituito la moneta, lo avrebbe fatto impalare alla stregua del ladro. C’è poi la vicenda degli ambasciatori turchi ai quali, rifiutatisi di togliere i turbanti al suo cospetto, aveva fatto inchiodare i copricapo in testa con piccoli chiodi. Gradualmente, l’immagine pubblica di Ţepeş scivola da regnante autoritario, spietato con i malfattori, a quella di vampiro. Quando Stoker scrive il suo romanzo trae ispirazione da racconti popolari, libri di storia e dalla già fiorente letteratura vampiresca dell’epoca e sceglie il nome Dracula per il suo personaggio sulla base della fama di malvagio di Vlad. In effetti, Stoker non ha neanche mai messo piede né in Transilvania, né in Valacchia, né nei Carpazi.
IL VIAGGIO
Io, invece, sì. Mi fregavo le mani all’idea romantica costruita in anni di fantasticherie vampiresche. È, come si conviene, una notte buia e tempestosa. Una grossa nube nera copre gli ultimi lembi di una timida luna, mentre l’ignara fanciulla si avventura in carrozza nella macabra notte transilvana, incurante delle suppliche di chi le chiede di non andare. Il cavallo nitrisce irrequieto, il cocchiere stenta a mantenere le redini. D’improvviso il bagliore di un lampo squarcia il cielo e nel manto di velluto dell’oscurità appare il castello. Un uomo alto, pallido, elegante le viene incontro e l’aiuta a scendere dalla carrozza, mentre in lontananza i lupi ululano ossessivi. “Ascolta, i figli della notte” le dice con voce profonda ed occhi ipnotici, “che musica fanno!”. Mi risveglio dalle mie fantasie e mi ritrovo in auto, il sole splende, fa un caldo atroce. Una ragazzina bionda ci indica volenterosa e sorridente la strada “Sì, sì, e proprio lì. Fra il Dracula Market e la Pizzeria Bella Italia!”. Petrik - un amico rumeno - alla guida stenta a tenere il volante incandescente fra le mani nella vana ricerca di un parcheggio. D’improvviso un cartello sgargiante indica a caratteri cubitali la via: “Castello di Bran”. Una donnina rotonda, arruffata ed accaldata stacca i biglietti sbuffando, mentre un gruppo di bambini ulula ossessivamente alla vista delle caramelle a forma di pipistrello della bancarella di fianco. “Ascolti” mi dice con voce stridula e volto sudato, “faccia presto, che alle cinque si chiude!”. Ecco qua, è finita la poesia! Il castello, tutto sommato, non è male: arroccato su uno spuntone di roccia, con torrette e passaggi segreti, un tempo residenza estiva dei regnanti di Romania. Salvo poi scoprire, che Dracula non è nemmeno mai stato da queste parti. Un gruppo di turisti giapponesi ascolta estasiato ed attento la guida: “Nonostante la diffusa convinzione che questo sia il castello di Dracula, devo comunque sottolineare che non esiste certezza che sia mai effettivamente passato di qua”. Saranno contenti di scoprirlo, dopo tanta strada! Delusa guardo fuori dalla finestra, ma noto una piccola sorpresa in avvicinamento: un temporale estivo inizia ad oscurare il cielo. Un tuono, le prime gocce, e tutti corrono via, abbandonando le guide in cortile. Ho appena il tempo di godermi il silenzio ed il suono della pioggia scrosciante, di ricadere nei miei sogni romantici, quando il custode mi indica la porta. Non erano andati via per la pioggia, ma per l’orario di chiusura. La passeggiata finale fra bancarelle di dentiere di plastica, scheletri gonfiabili e Dracula-magliette-calzini-mutande-berretti, mi da il colpo di grazia. Ma c’è speranza: devo ancora andare a Cetate Poienari ed a Sighişoara.
La splendida, seppure un po’ artificiale, Sighişoara, con la sua cittadella medievale potrebbe senz’altro fare a meno della patetica targa “Qui è nato Dracula nel 1431”. Del resto nella Casa di Dracula ora c’è un bar-ristorante. La profusione di tazze, piattini e servizi da tè da dodici con l’effige del povero Vlad Ţepeş mi spinge ad andarmene in tutta fretta, prima che mi si torcano le viscere. La cittadella di Poienari mi dà maggiore soddisfazione. La vedo da lontano, sulla cima di una montagna; diroccata, ma imponente. L’unico modo per raggiungerla, tuttavia, è una scalata di 1500 gradini attraverso il bosco: la mia resistenza fisica è messa a dura prova ed arrivo in cima col fiato grosso. Sto per accingermi ad entrare, quando mi intercetta una sedicente guida, che mi costringe a sganciare 20.000 Lei, per prendermi in ostaggio e riversarmi addosso almeno venti minuti di aria fritta. E pensare che l’unica cosa che desideravo era stare da sola con le mie fantasticherie e cercare tracce del vampiro. Almeno vengo a sapere che qui Dracula c’è stato davvero: anzi, la leggenda narra che abbia sterminato tutti gli abitanti del vicino villaggio di Tărgovişte, rei di aver aiutato i Turchi, risparmiando solo i più giovani per costringerli a costruire la fortezza di Poienari. Svincolatami finalmente dalla guida cerco di assaporare le emozioni trasmesse dalle pareti di mattoni rossi e dalle vette dei Carpazi in lontananza. Ma niente, non ci riesco, forse venendo di notte…. Dribblo abilmente l’arrivo di un quartetto vociante di italiani muniti di super macchine fotografiche e mi arrendo. Passo le restanti notti rumene ad aspettare un battito d’ali di pipistrello, un’ombra sfuggente intravista appena con la coda dell’occhio, la voce dei figli della notte, il morso sul collo…. Ma torno a casa con un pugno di mosche ed un’infinità di Dracula-gadgets. Pazienza!
Le parole conclusive del libro di Introvigne mi fanno riflettere. È noto, che dei vampiri non si scorga l’immagine riflessa negli specchi, ma mutando prospettiva, è a noi che potrebbe non essere concesso guardare in quegli specchi. Se vi guardassimo probabilmente vedremmo noi stessi, con le nostre paure, la nostra complessità, il nostro universale desiderio di immortalità. Abbiamo bisogno del vampiro, specchio di noi stessi e dell’ancestrale paura della morte. A nulla valgono, dal mio punto di vista, i rituali collettivi: la morte è un fenomeno individuale, ed individuale dovrebbe essere la risposta alle personali paure. Forse smettendo di tentare di esorcizzare e nascondere l’evidenza, forse semplicemente accettando l’ineluttabilità e Vivendo con maggiore consapevolezza l’avventura di ogni nuovo giorno.
(Pubblicato per Storie da altri mondi su IL GOLFO, 05/11/2003)
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Commenti e Domande |
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se sono ad alloggiare a sibiu, è molta la distanza per arrivare al castello di dracula? grazie
- In merito alla distanza di Sibiu dal Castello di Dracula:
se intende il Castello di Bran (il più visitato) esso si trova nelle vicinanze
della cittadina di Brasov.
C'è poi la fortezza di Cetate Poienari presso il villaggio di Tirgoviste,
decisamente più distante. Ed a metà strada tra Sibiu e Brasov
c'è Sighisoara, città natale del voievod.
Può farsi un idea delle distanze dando un'occhiata su questa cartina
Romania ONU
Tenga però presente che le condizioni stradali rumene
non consentono spostamenti velocissimi.
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