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articolo: del 12/08/2003 Indonesia e Bali: quale futuro? (Indonesia)



















INDONESIA E BALI: QUALE FUTURO?

Tempi duri per l’arcipelago indonesiano. I recenti attentati mettono in crisi il mercato turistico del Paese, passato da meta da sogno ad incubo dei tour-operator.

Ronzo per casa sbadigliando e come tutte le mattine striscio in cucina, apro il frigo, preparo la colazione. Ancora con la mente offuscata e confusa mi do ai soliti rituali mattutini: tè, yogurt, cereali, frutta e televideo. È un’abitudine consolidata, un po’ per deformazione professionale da scienziata politica, un po’ per l’ansia da futuro incerto ed il senso di precarietà che si proietta sulle nostre teste nel panorama internazionale degli ultimi anni, che mi spinge tutte le mattine a sapere cosa avviene nel mondo, per quanto brutto sia. Guerre, massacri, catastrofi ambientali, drammi familiari… Ormai siamo divenuti selettivi nell’assimilazione delle informazioni che ci pervengono: alcuni eventi non riescono neanche a scalfire la nostra corazza cinica, molti non ci stupiscono nemmeno più, altri ci portano inconsapevolmente a mille interrogativi ed inquietudini. Clicco 103 sul telecomando, la “prima pagina”, l’occhio cade sul titolo principale e mi agghiaccia: “Attentato all’hotel Marriot di Jakarta”. Cado impietrita sulla poltrona e la bocca mi si spalanca: no, non di nuovo. Con orrore penso alle scene raccapriccianti dell’attentato al Sari ed al Paddy Club dello scorso ottobre e mi sento male. La strategia vigliacca del terrorismo di colpire civili inermi ed innocenti, estranei ad ogni contesto di rivendicazione, mi ha sempre fatto ribrezzo. Ma l'attentato di Bali mi ha scioccata, sconvolta, distrutta.

Conoscevo bene il Sari, ci ero stata tantissime volte, nel tempo trascorso a Bali. Conoscevo bene la situazione: un andirivieni di gente allegra, voglia di ballare, bere Bintang e divertirsi. Il Sari era diverso dagli altri locali, un ritrovo, un luogo in cui si andava per conoscere persone da tutto il mondo. Surfisti, per la maggior parte, australiani, sud-americani (Brasile, Uruguay, ecc.), statunitensi, europei (tedeschi, francesi, scandinavi, italiani, inglesi, ecc.), ma anche asiatici (coreani, malesi, singaporensi, giapponesi), un melting pot di ragazzi dai 18 ai 45, di tutte le lingue, di tutte le razze, di ogni condizione sociale, ma per la maggior parte di estrazione piuttosto umile. Bali ha questo di bello: il massimo del divertimento a prezzi accessibili per le tasche di tutti, soprattutto di chi è giovane giramondo squattrinato. La lacerazione interna provocata dalle immagini dell’attentato di ieri, ha risvegliato in me il profondo dolore per gli accadimenti dello scorso anno: più di duecento vite spazzate via dalla furia esplosiva di un attimo. Non ci potevo credere, potevo essere lì, con i miei amici.

Già i miei amici: ho conosciuto tantissime persone nei miei due mesi indonesiani (era l’estate del 1998), molte le ho rincontrate in altri luoghi del pianeta, con altri scriviamo e-mail da anni. Subito è partito il tam-tam fra tutti quelli che si sono incontrati al Sari: ragazzi, state bene? dove siete? La comunità dei viaggiatori si è subito rincontrata in rete e le parole sono state per tutti le stesse: perché? perché proprio il Sari ed il Paddy? perché proprio noi? In quel posto ci sentivamo speciali, famiglia, tutti insieme, senza distinzioni a divertirci. Ed è stato proprio questo che doveva essere colpito: la nostra gioia. Mandare un messaggio chiaro e forte a chi di dovere: nessun luogo è sacro, nessun posto è sicuro. Esci per una birra e due chiacchiere e ti ritrovi nel rogo di un attentato kamikaze.

Quello di ieri, come quello dello scorso autunno, sono stati rivendicati dalla Jemaah Islamiya, gruppo estremista islamico operante sul territorio indonesiano, che ha scelto di colpire proprio alla vigilia dell’ultimo atto del processo ad Amrozi bin Nurashyim, che con sorriso beffardo guarda incontro ad una probabile condanna a morte, quale autore dei vigliacchi attentati dello scorso anno. Le dinamiche interne dello Stato indonesiano ed il peso delle strategie internazionali che si incrociano in questo Paese sono impossibili da descrivere in poche righe e questo senz’altro non è il contesto adatto per disaminarle. Basti accennare che da anni l’arcipelago indonesiano, composto da circa 13.000 fra isole ed atolli, il più grande Paese di religione islamica del pianeta, fra i più popolosi del mondo ed uno dei massimi produttori di petrolio, è esposto a guerre fratricide e lotte interne, dettati da rivendicazioni nazionaliste, serparatiste o a sfondo religioso. Ricorderete tutti i tristi avvenimenti di Timor Est, ma anche i massacri nelle Molucche, cui si vanno affiancando le tensioni nella regione di Aceh (a nord di Sumatra) e nell’Irian Jaya. L’intera area sud-est-asiatica è incandescente: le Filippine bruciano nei roghi suicidi di Abu Sayaf, la Malesia, Singapore, sono sotto la costante minaccia di attentato.

A Bali tutto questo non c’era mai stato. L’isola degli dei era stata sempre risparmiata, oasi per i turisti di tutto il mondo. La comunità balinese, di religione induista, ha sempre accolto i suoi ospiti a braccia aperte, con larghi sorrisi ed una cortesia fuori dal comune. Nel difficile panorama indonesiano, Bali ha potuto per lungo tempo occupare la posizione di “sorella ricca”, in cui il turismo e gli investimenti stranieri procuravano posti di lavoro e risollevavano le sorti di un paese in cui la povertà è profonda e tangibile. I lussuosi ed eleganti resort di Nusa Dua, le bettole di Kuta, i negozietti “paradiso dello shopping” di Jalan Legian, Ubud con le sue botteghe artigianali, i warung di Poppies Lane, pullulavano di gente. Le giornate scorrevano fra il mare, il surf, i massaggi sulla spiaggia, in giro per l’isola in moto, due compere, tramonto sul lungomare di Kuta, una bella cena e poi tutti al Sari, per incontrare gli altri e decidere insieme come passare la serata. Una manna per la popolazione balinese. Tutto spazzato via in un soffio di fuoco e fiamme: Jalan Legian è devastata, i negozietti spariti, e lì dove era il Sari un enorme voragine. E d’improvviso il deserto: le strade gremite si sono svuotate per lasciare spazio al dolore ed alla desolazione.

Tutti sono fuggiti da Bali e stentano a volervi tornare: a nulla valgono le mille offerte dei tour-operator e le insistenti rassicurazioni. Qualcosa si è spezzato nella magia dell’“isola degli dei”, dove hippy e globetrotter hanno iniziato ad incontrarsi negli anni ’60 e dove l’armonia ha regnato sulle vacanze felici fino allo scorso autunno. Leggevo proprio l’altro giorno un articolo sull’Indonesia ed un’intervista a Licia Colò (profonda conoscitrice di Bali) sulle pagine dell’inserto Viaggi di Repubblica: si scriveva della difficoltà di risollevare la testa dopo il trauma degli attentati. L’impatto sul turismo è stato devastante. E proprio questo era uno degli scopi dell’attentato: colpire la fragile industria indonesiana e mettere in difficoltà il governo di fronte alla crisi del settore turistico, fonte primaria di approvvigionamento di valuta estera con un enorme potenziale occupazionale.

L’attentato voleva colpire gli interessi internazionali e far guadagnare visibilità nel mondo, uccidendo centinaia di cittadini occidentali, alla causa dell’estremismo di matrice islamica: quale luogo migliore del Sari, ritrovo abituale dei ragazzi di tutto il mondo, odioso e lascivo agli occhi degli integralisti, racchiuso nella di per sé detestata comunità induista, più ricca e potente? Mille componenti entrano in gioco in questi accadimenti, ma il risultato rimane unico: Bali non riesce più ad essere il tradizionale paradiso delle vacanze. Le statistiche di arrivi e partenze non lasciano dubbi, non si è più in auge come un tempo, sebbene la situazione stesse migliorando. Recentemente, soprattutto dopo la fine dell’allarme Sars, le cose sembrava stessero andando meglio, qualche prenotazione in più ed il ritorno dei più coraggiosi ed amanti della splendida natura balinese. I forti investimenti stranieri, la pressione dei tour operator, l’incisività dell’azione poliziesca, avevano convinto che vi si potesse tornare. Ma cosa accadrà dopo l’ultimo attentato al Marriot di Jakarta? I primi già disdicono, gli indecisi potrebbero rinunciare del tutto, anche se si è lontani dal panico di quei tristi giorni di ottobre. Del resto, amici che l’hanno visitata di recente mi hanno detto che il suo volto è orribilmente sfigurato, che nulla è come prima, la gioia è svanita dagli occhi dei balinesi ed una sottile inquietudine continua ad aleggiare nello sguardo dei turisti. Chi la conosceva prima e chi la rivede oggi, stenta a riconoscerla e percepisce la sofferenza di questo luogo. Non è facile tornare a divertirsi, dove altri con la stessa voglia hanno perso la vita per il sogno indonesiano.

Mi rammarico, negli ultimi anni ho sempre tentato di tornarvi, compreso l’anno scorso, ma tanti piccoli disguidi me lo hanno impedito. Ora tutto è diverso, ma io conservo nel mio cuore il magnifico ricordo dei miei bellissimi giorni in Indonesia, indelebile. Siamo tutti concordi, forse è ancora presto, ma a Bali torneremo: lì ci siamo conosciuti, ci siamo sentiti uniti, ne abbiamo condiviso la bellezza e le tradizioni, lì vogliamo tornare per dare il nostro contributo alla sua rinascita. Nulla sarà come prima, splendida Bali, ma in nome dello spirito di chi viaggia non si può rinunciare quando qualcuno cerca di fermarci. Viaggiare comporta dei rischi, ne siamo consapevoli, ma non esiste niente di più bello del conoscere il mondo. Si sogna di viaggiare, si viaggia inseguendo i propri sogni: bisogna avere il coraggio delle proprie azioni e nel caso accettarne le conseguenze. Hanno tentato di spaventarci e di farci smettere di muovere e di conoscere, di impedirci di proseguire nel nostro viaggio. Ma non permetteremo a nessuno, chiunque esso sia, di costringerci a rinunciare ai nostri sogni.

Ho viaggiato ieri, viaggio oggi e continuerò a farlo domani. Per sempre.

(Pubblicato per Storie da altri mondi su IL GOLFO, 12/08/2003)




Commenti e Domande
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ciao sono marco volevo chiedervi se mi aiutaste a trovare un volo per bali il meno caro possibile per la seconda settimana di dicembre fino a natale...grazie infinite marco
 - Ciao Marco! La vedo dura...Più che altro, perchè è già un po' tardi. Fra le compagnie principali di rotta sull'Indonesia i prezzi sono proibitivi (996 euro Emirates, Singapore 1100 e passa!) la Malaysia (750 circa) non ha più disponibilità di posti ed, in generale, temo che ti toccherebbe spendere un accidente. L'unica alternativa - e da viaggiatrice indipendente rabbrividisco nel proportela - è acquistare un pacchetto all-inclusive. Ti verrebbe senz'altro a costare meno ed una volta arrivato puoi tentare di svincolarti e di cambiare il volo di ritorno... Terrò occhi ed orecchie ben aperti e se trovo una buona opportunità ti farò sapere al più presto! Ciao Silvana


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