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articolo: del
18/12/2004 Museo Ebraico di Berlino - L'Architettura della Memoria (Germania) |

















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L’ARCHITETTURA DELLA MEMORIA
Il Museo Ebraico di Berlino, progettato dall’architetto americano Libeskind, non è una semplice struttura d’accoglienza per un percorso su due millenni di storia e cultura ebraica, ma la concettualizzazione della vicenda di un popolo.
La Stella di David spezzata e rivestita di zinco lucido spacca la Lindenstraße come una saetta. Articolata, in una geometria di spigoli acuminati e vuoti simbolici; complessa, nell’infinità di spunti di riflessione più o meno visibili che propone; al contempo minimalista, nel blu cobalto delle finestre, che come stilettate fendono il bianco ghiaccio delle pareti, squarci su un mondo esterno intravisto, ma distante. Il Museo progettato dall’architetto americano Daniel Libeskind non è una semplice struttura di accoglienza per un percorso su due millenni di storia e cultura ebraica, ma la concettualizzazione della vicenda di un popolo.
Un viaggio nella memoria, che come un ideale giro al Luna Park è volutamente un’altalena di sensazioni: gioia del gioco e curiosità della scoperta, che coinvolge il pubblico in un’interattiva e multimediale ricerca sull’Ebraismo; spazi angusti, obliqui e sconnessi che conducono al labirinto, nel Giardino dell’Esilio, dove quarantanove steli di sei metri d’altezza in fila per sette sovrastate da chiome d’ulivo, ricordano esilio ed emigrazione di una nazione senza Stato fino al 1948 (da qui il numero: 48 steli, più una a simboleggiare Berlino); ed infine il tunnel degli orrori della “Torre dell’Olocausto”. Una visione trasversale che sprona lo spettatore ad una più attenta interpretazione di ciò che vede, sente, legge, percepisce: un’esperienza su più piani sensoriali, che ha lo straordinario merito di invogliare all’approfondimento ed all’interiorizzazione, mettendo chi osserva più di una volta di fronte a sé stesso.
E’ la stessa denominazione degli spazi a rendere l’itinerario museale intelligibile: l’Asse della Continuità, l’Asse dell’Esilio (di cui sopra) e l’Asse dell’Olocausto si intersecano nel ventre della costruzione al piano terra. L’Asse della Continuità conduce dall’edificio barocco - un tempo sede della Corte Suprema prussiana e che oggi ospita l’ingresso principale -, attraverso una ripida gradinata, al museo vero e proprio. Ma, già al piano intermedio si ha una breve ed intensa abluzione in ciò che si intende per architettura concettuale: un’alta torre grigio fumo si staglia improvvisa a raccogliere, come un fiume di anime, le Foglie Cadute (Shalechet) dell’artista Menashe Kadishman. L’autore invita a camminare sull’opera e le emozioni richiamate dalla singolare passeggiata sono contraddittorie: i volti metallici grandi e piccini (vedi foto) che la compongono, sebbene calpestati con la maggior delicatezza possibile, carezzati in punta di piedi come passeggiando su uova, continuano a crepitare e scricchiolare, come se lanciassero grida impossibili da sopire.
Il percorso della mostra, segnato da travi incombenti in cemento armato, si snoda attraverso quattordici sezioni tematiche di carattere storiografico in senso stretto, ma anche culturale, mediante l’illustrazione chiara e comprensibile di usi e tradizioni, evoluzioni sociali ed umane del mondo ashkenazita. Si prende avvio dall’arrivo in Europa dei primi nuclei di mercanti a seguito delle legioni romane e dallo stanziamento, soprattutto nelle aree del Lungoreno, di un popolo profondamente legato ai propri dogmi e costumi. In un certo senso, è stato proprio questo inscindibile legame con le proprie matrici a creare una forma di isolamento e refrattarietà verso una vera integrazione, portando a conseguenza l’insorgere di insofferenze nei popoli autoctoni. I primi spettri dell’intolleranza iniziano a serpeggiare intorno all’anno Mille: con l’esclusione per decreto dalle corporazioni di mestieri artigianali e dai pubblici impieghi, gli Ebrei furono costretti a guadagnarsi da vivere con attività commerciali e monetarie, fra cui quelle di prestito e pegno, ritrovandosi presto additati come strozzini. Pregiudizi sfociati in violenza quando in migliaia furono massacrati dai Crociati sulla via di Gerusalemme, rei di personificare gli “assassini di Cristo”. Un’accortezza dei curatori della mostra permanente è stata quella di incasellare la documentazione sulle manifestazioni di ostilità anti-ebraica in appositi tiretti a disposizione di un pubblico che sente l’esigenza di approfondire l’argomento: accennato, non sbandierato. Del resto, lo scopo è quello di spiegare l’Ebraismo, senza dover necessariamente puntare sull’antisemitismo come filo conduttore.
Le evoluzioni del XVII e XVIII secolo vengono narrate attraverso le vicissitudini personali di due figure emblematiche: Glückl von Hameln - prima testimonianza diretta di una donna ebrea attraverso la sua autobiografia – e Joseph Süss Oppenheimer, la cui controversa vicenda giudiziaria di “Ebreo di corte” fu successivamente utilizzata per una riduzione cinematografica dalla propaganda di Goebbels e del regime nazista. Süss vi veniva dipinto come un gretto, avido, infido, cospiratore occulto. L’Illuminismo, di contro, ha rappresentato un periodo di avvicinamento fra le diverse religioni in nome della Ragione, della ricerca comune della libertà di pensiero e dell’uguaglianza dei diritti: l’amicizia leggendaria fra il filosofo Moses Mendelssohn e lo scrittore Gotthold Ephraim Lessing ne è un chiaro esempio. A questo punto ha inizio un viaggio nel mondo delle abitudini giudaiche e del loro mutamento ed adeguamento nei secoli: dallo Shabbat (il tradizionale giorno di riposo) alle ritualità dello Chanukah (la festa della luce), dalle consuetudini culinarie Kosher (per le quali si vieta di unire derivati del latte con pietanze di carne) ai riti di passaggio (il matrimonio, la circoncisione, il Bar Mitzwah – la cerimonia di ingresso nel mondo degli adulti al compimento del tredicesimo anno d’età). Con la nascita dello Stato Tedesco nel 1871, ed ancor più con la Repubblica di Weimar, si assiste per la prima volta all’estensione della parità di diritti e doveri ai cittadini Ebrei. L’ascesa fin qui soprattutto economica viene coronata dall’apertura ad una possibile ascesa politica.
Ma ciò che in apparenza è un momento di grande successo – nell’arte, nella musica, nel cinema, nella letteratura, nel giornalismo, nelle scienze ecc. - assume presto connotati di altissima drammaticità. Alla fine della Prima Guerra Mondiale Walter Rathenau riesce, primo Ebreo, ad assumere la carica di Ministro degli Esteri: dopo pochi mesi in carica viene assassinato (1922) da un gruppo di estremisti di destra. Siamo alla svolta. Lo strisciante antisemitismo, frutto della paura per il “declino dei vecchi equilibri”, esplode alle soglie della Grande Crisi del 1929 per divenire un dato conclamato con l’avvento nazista. Sono anche gli anni della teorizzazione sionista di Theodor Herzl, che per primo esprime la necessità di uno Stato per il popolo della diaspora. E’ dunque la fine della convivenza pacifica e l’inizio della persecuzione. La sistematica campagna denigratoria introdotta dalla propaganda nazista trova nella retorica della diversità e dell’estraneità ebraica al tessuto sociale tedesco, fatto di “Blut und Boden” (sangue e terra), una facile leva: dalle sarcastiche raffigurazioni della fisicità deforme del “piccolo Cohn” dal naso adunco – tipizzazione malevola dell’intera razza giudaica - che troneggiano sulla stampa alle stelle gialle di riconoscimento applicate sul vestiario, il passo è breve. L’arianizzazione delle aziende, la J di “Jude” stampigliata nel passaporto, la deportazione, i campi di concentramento, i lavori forzati, le camere a gas. Uno sterminio costato sei milioni di esistenze ebraiche e mezzo milione di vite Rom. Le memorie di Anna Frank e le dure parole di Hannah Arendt, voce cosciente della “Banalità del male” che ha travolto il mondo, chiudono con il passato per dare spazio all’oggi.
Nessuno avrebbe osato pensare ad una rinascita della comunità ebraica in Germania, dopo l’orrore e l’emigrazione in massa verso USA ed Israele: ma l’itinerario della mostra si chiude con l’immagine del ritorno, seppur titubante, di 100.000 Ebrei sul suolo Tedesco, e della ricerca collettiva di una risposta a ciò che accadde. Come le “Foglie Cadute” che accennano ad una nuova primavera, il ritorno in Germania sottende ad una speranza di normalizzazione dei rapporti tra le due nazioni. Senza dimenticare.
Ed a sigillo della memoria gli ultimi passi conducono alla Torre dell’Olocausto: in fondo ad un corridoio nero, tenebroso come un oscuro presagio ed in contrasto netto con il restante candido contesto, nascosta dietro una pesante porta che si chiude con un tonfo sordo. Dal tepore e dalla luminosità si cade d’improvviso nel più buio, gelido, profondo, angosciante vuoto che si riesca ad immaginare. Isolati, imprigionati, soli in un fioco spiraglio di luce filtrata da una feritoia troppo alta, mentre in lontananza si sente urlare la città. Al centro del mondo, ma tagliati fuori. Il senso di claustrofobia e d’impotenza montano in panico incontrollabile che scuote il corpo, e nella testa si fa largo un unico, incalzante, disperato pensiero: “Voglio uscire”. Scioccante, come la Shoah.
Pubblicato su IL GOLFO, 18/12/2004
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