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articolo: del
28/03/2005 Pasqua sull'Isola d'Ischia (Italia) |









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PASQUA SULL’ISOLA D’ISCHIA
Sarà quella brezzolina leggera che sale dal mare e pizzica le narici, o quella tenue lanugine verde che inizia a chiazzare le colline, ma la senti. La senti sbadigliare appena sveglia, stropicciare gli occhietti e muoversi lenta per riprendere coscienza. Un inverno di silenzio per destarsi a primavera come da un lungo sonno. E’ forse per questo che la Pasqua è così sentita: un ufficiale soffio che porta via le tempeste e sancisce il ritorno alla vita, ai campi, al mare, ma anche alle attività lavorative stagionali, generalmente legate al turismo. Un misto di tradizioni religiose e ritualità pagane scandiscono il passaggio: per gli Ischitani, più che a Capodanno l’anno nuovo inizia proprio qui.
La Corsa dell’Angelo
Il clou è una cascata di petali e coriandoli, che come farfalle invadono l’aria al levarsi del velo dal volto di Maria: difficile restare indifferenti di fronte alla gioia che scuote il popolo di Forio. Nel piccolo comune sulla costa occidentale dell’Isola è uno delle occasioni che raccoglie la più intensa partecipazione popolare. Un rito sacro di sapore antico (nasce nel 1600) i, ma anche un momento di grande aggregazione per l’intera comunità.
Tutto ruota intorno a quattro figure - la Madonna, San Giovanni Apostolo, il Cristo Risorto, e l’Angelo Annunciatore - poste ad estremità contrapposte sul corso principale nel centro cittadino: la Vergine ed il Santo al versante di terra, il Cristo e l’Angelo sul versante del mare. La vicenda religiosa narra che il messaggero divino dovesse correre dalla Madre per annunciare la miracolosa Resurrezione del Figlio. Nella rappresentazione folcloristica ciò avviene mediante statue del Sei-Settecento portate in spalla dai primogeniti di famiglie locali. Un diritto tramandato di padre in figlio, fonte di rispettabilità e riconoscimento, e non di rado motivo d’accesa disputa. Coloro che godono il privilegio di trasportare l’Angelo hanno il compito più duro: correre con il peso di una statua di legno – scolpita da tal Vincenzo Mollica – e ricoperta d’oro zecchino, da un lato all’altro del corso per ben tra volte. Guidati dallo scampanellio di esponenti dell’Arciconfraternita - custodi della tradizione e delle effigi - la folla si apre “come il Mar Rosso” (almeno così lo definisce il parroco che guida il rito, ma è piuttosto spettinato pigia pigia e pestare di piedi), e fa passare l’Angelo in corsa. Ai due capi esso s’inchinerà tre volte al cospetto della Sacra Famiglia e riprenderà la corsa. Ad ogni passaggio, la Madonna si avvicinerà d’un tratto al luogo in cui è fermo il Cristo: tre passi ed ecco scivolare il velo, la pioggia di coriandoli dai balconi, l’incontro della Madre col Figlio.
L’intera manifestazione è sottolineata dal canto: è qui che entra in gioco la parte sociale del rito.
Il coro dei pescatori ed il coro dei contadini si contrappongono a squarciagola in “Regina Coeli, Alleluia” ed incomprensibili parole adattate dal latino alle conoscenze popolari. Diretti da capo-coro per diritto ereditario che distribuiscono caramelle alla menta e aizzano il gruppo ad urlare di più, il canto scatta ad ogni nuovo arrivo dell’Angelo. Cantare più forte (beh, non ho detto “meglio”…) è un punto d’onore. E non è forse così che si sopiscono in maniera pacifica antiche divergenze sociali? Marinai e montanari, pescatori e contadini, l’entroterra ed il mare, uniti dal Regina Coeli.
Un alto stendardo rivestito d’azzurro con piume bianche di struzzo in cima, segna l’ultimo atto della cerimonia. Quest’anno, come negli ultimi dieci, ad avere in attributo la conduzione del gonfalone è un rappresentante dei contadini. Anziano, piccoletto, ha ricevuto la singolare missione per tradizione familiare: il suo compito sarà quello di calare la lunga asta (circa 3 metri, forse più) dinanzi ai pescatori, che con sguardo attento seguiranno le operazioni, per sfiorare, ma non toccare il pavimento con le piume. Se non dovesse farcela, la sua famiglia perderà il diritto a condurre lo stendardo l’anno successivo, passandolo nelle mani degli antagonisti marinari, e precipitando nello sconforto l’intera comunità: si dice, infatti, che se il pennacchio tocca terra è un chiaro segno di sventura per la città. Ecco, dunque, coniugarsi la religione, la società ed il retaggio arcaico di oracoli e superstizioni, in un’unica suggestiva combinazione.
Il pranzo pasquale
Dalle canoniche uova sode, simbolo di fertilità, al tradizionale agnello con patate sacrificato alle tavole imbandite per la festa, passando per lasagne pasqualine e verdure d’ogni tipo, la cucina ischitana da ampio sfogo alle sue doti creative in onore della Pasqua, mai dimenticando le consuetudini campane, dalla più classica delle PASTIERE al “tortano” e al “casatiello” (torte rustiche napoletane).
E, per chi volesse dare un tocco in più, ancor oggi la ricca natura locale è una fonte da cui attingere come spontaneo supermercato: asparagi selvatici e borragine, violette da candire e radici rosse raccolte nei castagneti per tingere le uova, qualche ciclamino dalla pineta, un po’ di ginestre per decorare, ed il desco della Pasqua è pronto.
La Pasquetta
Tutto il sacro della domenica si converte nel profano del Lunedì in Albis. Se una canzonaccia del cantante satirico napoletano Toni Tammaro qualche anno fa derideva il pasquettaro medio in trasferta ad Ischia, un motivo ci sarà. Troppo vicina alla terraferma ed abbordabile anche per le tasche meno voluminose, sull’Isola Verde si riversa tutta la napoletanità in gita fuori porta. Incontenibile, e generalmente molto giovane, si aggira schiamazzando per le stradine ancora impreparate ad accogliere le folle estive, con radio in spalla e look all’ultima moda (volete sapere quale sarà il trend per l’estate in arrivo? Pasquetta ad Ischia sarà la risposta alle vostre domande!), non disdegnando di devastare il devastabile.
Gli Ischitani, in genere, abbandonano il centro cittadino e le zone più accessibili, lasciandole nelle mani degli invasori, per rifugiarsi in campagna, in montagna o sulle coste meno frequentate. A notte, saranno ripartiti tutti. Qui, come altrove in Italia, la tradizionale gita del lunedì è un’orgia di cibo e vino, tutt’un grigliare di salsicce e competere di pastiere, possibilmente all’aperto, per dare quel segno di rottura con l’inverno e ripreso contatto con la rifiorente natura circostante.
Una “resurrezione”, dopo la brutta stagione.
(Pubblicato per INTHESUN, 28.03.2005)
La Ricetta: PASTIERA NAPOLETANA
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